di Adriano Aiello 29 Agosto 2012
scandinavia, moda,

Mister A.A. Gill non ha bisogno di presentazioni da queste parti. Inglese, penna felice, cervello fumante, grossa stima. Nel suo ultimo articolo, il nostro, genio e critico gastronomico nello stesso biglietto da visita (per quanto strano possa sembrare) illumina i lettori di Vanity Fair sul tema dell’invasione scandinava. Che non è il ritorno alle dominazioni vichinghe ma un’acuta osservazione sul nuovo che avanza dai paesi nordici e sulle possibili negatività.

Ristoranti stellati, catene vestiarie, design e quella dannata Ikea; anche la tv e la letteratura sono “biondi” ci ricorda Gill, tracciando l’eccellenza di quel coacervo di nazioni virtuose che corrispondono alla regione scandinava.

Ora, io sono stato da quelle parti. In Svezia, soprattutto, e posso dire che loro non sono come noi. Non tanto perché hanno lo stato sociale e un sistema educativo abbacinante e tante altre belle cose ma perché i ragazzi fanno ordinatamente la fila per entrare nei locali alle 3 di notte. I maschietti si disinteressano apparentemente all’affannosa ricerca della procreazione, fanno bisboccia con te, la mattina dopo non ti salutano, come non ti salutano le loro donne su cui hai fatto inequivocabili pensieri peccaminosi, non sempre frutto della tua sola fantasia narcisista.

Gill poi è troppo sofisticato per non sapere quanto gli scandinavi siano dominanti anche nella musica estrema – almeno lo erano quando in adolescenza venivo coercitivamente edotto dai miei simili sull’esaltante produzione black metal norvegese – che parallelamente al loro grande spolvero nella letteratura investigativa più morbosa e al cinema provocatorio di Lars Von Trier o di quelli che provocano davvero (vedetevi il lucidissimo e agghiacciante Play), affondano i coltelli nelle pieghe di un modo di vivere non così infallibile come sembra.

E non serve scomodare la cronaca recente e la strage di Breivik perché i dementi non si risparmiano a nessuna nazione e farci della sociologia è cosa di poco conto. Più lucidamente Gill ci dice che “il conformismo è il loro mantra”, basta guardarli per strada.

Ma soprattutto, per tornare alle nostre cose, la globalizzazione non ha buon gusto, specie a tavola – ma anche altrove, pensate alle olimpiadi cinese e a quelle londinesi. E tra un modello alto (il Noma di Rene Redzepi a Copenhagen) e uno basso (l’Ikea e il suo pasto democratico) difficile intravederne qualcuno che dia brividi di piacere. Il primo poi nella migliore delle ipotesi rimane avanguardia stizzita, nella peggiore praticamente una sola (ah dopo le formiche ecco le rane; a quando un simpatico troll con pastella di fango? Battute facili gente, battute facili, ma se le cercano).

Ecco che si torna dalle nostre parti a cercare il bel vivere e il bel mangiare, come a dire che un modello sociale per quanto illuminato non può cambiare una consuetudine, qualunque sia il suo valore reale.

Ritorniamo allora a Gill che dice “puoi dividere l’Europa tra sardine e aringhe. L’Europa delle aringhe, nel Nord, è protestante, liberale, conformista, e onesta. Quella del Sud, Sardina, è cattolica, corrotta, inconsistente, e bugiarda. Ma chiedete a cento europei – o a qualsiasi altro, su questo argomento – se preferirebbero vivere nella confusa, deragliata Italia o nella pulita ed efficiente Danimarca e 99 di loro diranno “Datemi la Toscana”. Inclusi i Danesi. Attualmente non scommetterei più su questa percentuale e Gill la evoca ma chiude in avanzo di ottimismo.

Un po’ come Lenin che sosteneva che l’Italia potesse essere una sorta di paese delle vacanze. “Il paradiso dei proletari” di un’ideale società comunista, dove verrebbero abolite le polpette Ikea.

[Crediti | Link: Vanity Fair, IMDB, Dissapore, Fine Dining Lovers. Immagine: Vanity Fair]