di Giulia Caligiuri 17 Ottobre 2013
Due di picche

Giudicare è bello. Ci aiuta a vivere, sentirsi diversi e/o migliori degli altri ci mette di buon umore. Però mi ero promessa di non diventare una di quelle persone che giudicano per piccolezze tipo:

“Non ho mai visto Forrest Gump”,
“Mi piace Adele” ,
“Vado a correre tutti i giorni”,
“Mi sono iscritta a un corso di riflessologia”,
“Amo i libri di Osho”.

Mi sono sforzata, ho ottenuto buoni risultati, ma a tutto c’è un limite. Il limite di giudicare le persone in base a quello che mangiano.

Esempio: l’altro giorno, invitata a casa di amici, ho giudicato silenziosamente un tale seduto di fronte a me che addentava una mozzarella rinsecchita direttamente dalle mani, alternandola a un panino inzuppato di salse (maionese, senape, ketchup) sapientemente mixate. Per dessert una vaschetta di gelato confezionato non meglio identificato. Ohi!

Poi mi sono detta: chi sono in fondo io per giudicare il prossimo sulla scorta di ciò che mangia? Una fanatica gastrofighetta, ecco cosa sono, una partigiana del buongusto in cucina, un’integralista della parmigiana di melanzane. I gusti alimentari sono cose personali, non meritano di essere attaccati.

O invece sì?

E chi stabilisce il confine tra gusto soggettivo e indiscutibile orrore gastronomico?

Sta di fatto che le abitudini a tavola dicono molto della personalità chi ci sta intorno. Lo afferma anche la scienza, che ha interrogato sulle loro preferenze alimentari 19.000 soggetti, per concludere che tra certe categorie di cibi e certe categorie di persone esistono più correlazioni di quanto non si creda.

Mi sono sentita, in un certo senso, spalleggiata.

Così, ho stilato una lista di uomini (potenziali corteggiatori?) a cui darei il due di picche senza possibilità d’appello.

Macrobiotici. Chi mangia solo cibi macrobiotici, bio, naturali: esagerati del benessere, concentrati più sul muscolo guizzante che sul resto del mondo. Mi farebbero sentire inadeguata, no grazie.

Fast-foodisti. Gli specialisti del fast food (gli all-you-can-eat vengono subito dopo). Ho la sensazione che non amino il cibo, quello vero. Al ristorante si lamenterebbero di tutto, in primo luogo del conto da pagare. Piva assicurata se supera i 10 euro, cosa assai facile.

Disprezzatori del cibo etnico. Probabilmente pantofolai, sedentari, tradizionalisti poco inclini a scrutare nuovi orizzonti. Troppo diversi da me. E poi che noia.

Nazionalisti. Sì, lo si può essere anche a tavola, e un po’ non guasta. Ma se pensi che la cucina italiana sia l’unica al mondo che merita attenzione sei inutilmente patriottico e tra l’altro presuntuoso.

Manoprensili. Mangiano tutto con le mani, cosa che in certi momenti potrebbe essere divertente. Ma diamine, non è che ci hanno cresciuti nella giungla. Mica sono schizzinosa o particolarmente fan del bon ton, però non me la sento di portarti in giro così.

Astemi. Lo sappiamo, hanno qualcosa da nascondere.

Gastrosnob. Solo stellati, mai un ristorante trascurato dalle guide, semplicità questa sconosciuta. Esibizionisti, più inutili della “R” nelle Marlboro. A me, per dire, piacciono le trattorie.

Il gioco, se non si fosse capito, è dire apertamente se vi capita di giudicare le persone per quello che mangiano. E per come lo fanno. Oltre a chiarire a quali categorie di mangiatori date il due di picche senza appello.

[Crediti | Link: The Guardian, Dissapore]