di Carlotta Girola 27 Maggio 2015

E siamo alla terza stagione di Cucine da Incubo, da ieri sera su Fox Life. E ancora, dopo tutto questo tempo, non riesco ad essere obiettiva con questo format per due motivi fondamentali:
1. ho un debole per Antonino Cannavacciuolo, un debole debolissimo, in particolare quando crea in 22 secondi netti le sue creme di ceci e cozze o quant’altro;
2. a metà della puntata mi ritrovo in completa empatia col ristoratore in difficoltà, vittima della sua disorganizzazione, e mi fanno tutti una grande tenerezza (anche se danno da mangiare dei piatti improponibili).

Ci sono tutti gli elementi che ormai sono un classico del format: grandi pacche sulle spalle, un po’ di pancia in più per Antonino mio, ristoratori sull’orlo di una crisi di nervi, personale in stato di shock con atavico odio verso chi sta in cucina, restyling di locali che fanno commuovere lo staff.

Insomma, lo spaccato di un’Italia vista dall’interno dei ristoranti che compra troppi surgelati e non pulisce bene i frigoriferi. È che le cucine da incubo sono le nostre, quelle dei locali dove mangiamo, ma pure quelle di casa nostra, e io non riesco a non amarle.

La crociata di chef Antonino Cannavacciuolo contro la mala-ristorazione italica inizia sul Lago di Bracciano, al Ristorante Sabatino. Mancano le palle di fieno che rotolano nel deserto, per il resto abbiamo una roulotte parcheggiata fuori dal ristorante e dei gatti come unici commensali.

Urge intervento del nostro eroe, su Twitter rinominato erede di Bud Spencer, per rimettere in sesto un menu enciclopedico e un uso quantomeno pervasivo della panna. Perché sì, la panna è il male della ristorazione italiana.

 

Come richiesto dal personaggio, non mancano le #cannapacche sferrate a tradimento per incoraggiare lo staff.

 

 

Riassumendo: lo chef usa la panna come pan(n)acea di tutti i mali, brucia il bruciabile, serve piccole larve rosa al posto dei gamberetti e non riesce a delegare. Si ostina persino a fare il conto dalla cucina. Insomma, dalla faccia non si direbbe, ma è un accentratore.

La telecamera insiste sui cartoni di panna alla fine del servizio. E qui c’è il bello della trasmissione. Siamo al Ristorante Sabatino, ma potremmo essere ovunque, in tutti quei locali dove “ammorbidiscono” il cliente con un legante pannoso non identificato, e noi poveri illusi che credevamo estinto l’uso della panna con la fine degli anni ’80.

 

 

Ma Antonino ci salverà anche stavolta! E così accade, visto che suggerisce metodi alternative per creare collanti nel piatto, ovviamente a suon di amido di patate, brodini e frullatori magici. Lo staff tutto femminile (chef a parte) del Sabatino ringrazia con un accento a metà strada tra il laziale e l’inflessione dell’Est.

Le cucine, anche in Italia, sono piccoli mondi dove si concentrano etnie, lingue, panne e rotoloni diversi. No, anzi, i rotoloni sono di una sola marca, ma ci avevano avvisato le scritte in sovrimpressione.

Comunque, tutto è bene quello che finisce con la chiosa “addios”: il locale è più carino e ripulito, i piatti sono meno della metà ma più carini e mangiabili, lo staff sorride. E io mi commuovo, mannaggia, forse è bene che mi faccia vedere.

Per la seconda puntata siamo a Genova, e per la prima volta Cannavacciuolo visita un ristorante dove sono stata solo due mesi fa, l’Osteria Marinara ‘A Lanterna, quella che era il quartier generale mangiareccio di Don Gallo. Qui, in sala e in cucina, ci sono persone dal passato turbolento che cercano nella ristorazione un nuovo percorso di vita.

Ci ho mangiato le linguine al pesto a mezzogiorno, semplici e buonissime. Certo, è da segnalare che il mio compagno ordinò degli spaghetti allo scoglio e ricevette degli spaghetti alle cozze, ma oggi si scopre l’arcano (su cui forse c’è ancora qualche miglioria da apportare).

Lo chef, infatti, non sa leggere nè scrivere, e le comande in cucina diventano un’interpretazione creativa del cuoco e del suo aiuto che parla in inglese. Una sorta di Torre di Babele sul porto di Genova. La cucina però, seppur migliorabile (i funghi surgelati che fanno acqua sono mostruosi), non è tutta da buttare.

Qui stiamo per entrare in un campo minato. Non tanto per le questioni religiose o politiche del fondatore del ristorante, quanto piuttosto perché qui Cannavacciuolo deve essere spietato come sempre, e pure un po’ padre-spiritual-psicanalitico.

Decide, quindi, di usare le maniere forti e letteralmente fare tabula rasa del passato. In scena entra una schiacciasassi che distrugge il vecchio arredamento del locale, e ogni membro dello staff preserva un solo oggetto.

Il resto lo fanno i geometri e i designer in stage di Fox Life, gli sponsor dei robottini da cucina, e un tabellone gigante dove a ciascun piatto viene abbinato un numero: il tutto a prova di cuochi che non hanno studiato e di un po’ più di luce in quella cucina che pareva un carruggio senza illuminazione.

Inutile fare i cinici: forse hanno sbagliato un piatto quando ci sono andata a mangiare, certo nel menu di mezzogiorno non c’era manco un piatto di quelli studiati da Cannavacciuolo per ‘A Lanterna, ma per una volta sono romantica e le storie a lieto fine mi commuovono. E non solo a me.

 

 

Si sfilettano pesci, si fanno segnaposti di origami, ogni membro del ristorante ha il suo momento zen da espletare grazie ad Antonino nostro che pare l’Arcangelo Gabriele e riesce a placare anche gli animi più irrequieti. Lui non è uno chef, lui è un santo. Un santo con un certo sex-appeal partenopeo ben piazzato.

Nella puntata spesso si fa cenno ad una tovaglietta di carta con riportati piatti fantasma che non sono in lista nella realtà, e Cannavacciuolo consiglia caldamente di non mettere in confusione la clientela e levarle di mezzo.

Lo consiglio anch’io allo staff di ‘A Lanterna, ma forse a marzo (dopo la registrazione della puntata) stavano solo finendo le scorte. E comunque, il pesto era notevole, il che significa che non bisogna saper né leggere né scrivere per essere capaci in cucina.

Pesto A Lanterna, Genova

Addios (lo dice con due d, vero?)  

[Crediti | Link: Dissapore]