di Martina Liverani 11 Novembre 2013
Dac a Tra

Perché tutti aprono un ristorante?

Quentin Tarantino faceva il commesso in un videonoleggio, Gadda l’ingegnere, Saint Exupery era un aviatore e Andy Wharol un pubblicitario, Kafka era un assicuratore e Bulgakov un medico condotto; Beppe Grillo faceva il comico.

Mauro Tassotti e Roberto Donadoni erano calciatori, prima di ricevere una stella Michelin per il ristorante Dac a trà (Castello di Brianza) di cui sono proprietari.

Forse, per chi è abituato a vincere, non si tratta di un salto logico così lontano. Ma la notizia non è passata inosservata agli addetti ai lavori, certamente non a me. Impegnata da anni nel cercare un argomento di conversazione domenicale con gli esponenti della famiglia fissati per il calcio, assisto finalmente ad un incontro di galassie distanti milioni di anni luce, calciatori e cibo, e mi esercito a spiegare il valore di una stella Michelin, ancora indecisa se paragonarla alla vittoria del pallone d’oro, la convocazione in nazionale o a una semifinale di Champions League.

Piatto Dac a tràPiatto Dac a tràPiatto Dac a trà

Ricevo in cambio pari entusiasmo e una sfilza di nomi utili per questo post sui calciatori che si sono reinventati ristoratori:

— Pietro Paolo Virdis, dopo un passato da bomber se ne sta dietro il bancone della sua enoteca Il gusto di Virdis con la moglie Claudia, ex allieva dello chef Aimo Moroni.

— Clarence Seedorf è proprietario del Finger’s e del Finger’s Garden di Milano, chef Roberto Okabe.

— Gennaro Gattuso ha una pescheria con catering e il ristorante Posteria San Rocco a Gallarate (MI).

— Javier Zanetti un locale argentino sempre a Milano, il Botinero.

Senza contare i casi degli ex calciatori Pagliuca e Signori, non certo da stella Michelin ma sempre meglio che vederli condurre trasmissioni come Bobo e Marco i Re del Ballo (con gli ex giocatori di calcio Vieri del Vecchio che si improvvisano ballerini giramondo).

Anche i calciatori dunque si accodano ai famosi che aprono un ristorante, cambiando vita o continuando a fare altro (come nel caso di Dolce e Gabbana e Armani, rispettivamente proprietari di due locali milanesi, o Antonio Albanese che figura tra i soci del Ratanà).

Ma perché tutti vogliono aprire un ristorante? Per passione, soldi, noia, moda? E soprattutto, ci si può improvvisare ristoratori? Può succedere di passare da un lavoro all’altro trascinando con sé successo e creatività?

Io sono convita che i percorsi accidentali (di vita e di carriera) siano sicuramente quelli più interessanti, ma magari è meglio informarsi un pochino prima di approcciare un nuovo settore, tipo sui rudimenti fondamentali, che potrebbe capitare di trovarvi faccia a faccia con un illustre collega e fare una figura da pesce lesso.

E’ stato, come dire, abbastanza “strano” incappare l’altro giorno in Niko Romito e Diego Abatantuono insieme a parlare di cibo su un programma Rai. Stesso scontro di galassie della mia domenica pomeriggio. Il primo, ancora emozionato per la terza stella Michelin, in collegamento dal suo Reale Casadonna; il secondo, neo ristoratore di una polpetteria milanese (Meatball Family), accovacciato in studio accanto a una conduttrice blasfema convinta della sua affermazione “potreste scambiarvi le ricette”.

Dopo un breve scambio di convenevoli, Abatantuono tradisce il suo non essere un gourmet tanto meno un gourmet informato. Non ha idea di chi sia l’interlocutore con cui ha parlato: “Come si chiama il suo ristorante?” chiede alla conduttrice alla fine del collegamento da Casadonna.

Che è un po’ come voler fare il calciatore e non conoscere Messi, Cristiano Ronaldo o Mario Balotelli.

Detto questo, sia chiaro, se Andrea Pirlo apre un ristorante io ci vado!

[Crediti | Link: Il Giornale]