di Camilla Baresani 9 Settembre 2012
rapanelli

Uno degli slogan di maggior successo dell’ultimo decennio è “chilometro zero”. Allude ai vantaggi etici, qualitativi e di risparmio energetico che deriverebbero dall’acquisto di prodotti alimentari locali, magari direttamente dal produttore anziché in un centro commerciale. Diversi studi hanno però dimostrato che si consuma più anidride carbonica con tanti brevi passaggi per acquistare in altrettante micro-aziende, che con quell’unico spostamento necessario a rifornirsi in un centro commerciale.

Inoltre, in termini di risparmio energetico, è spesso più conveniente soddisfare la richiesta dei consumatori con alimenti che arrivano da lontano, addirittura da un altro continente, che produrne in loco.

Tra l’altro, gli italiani patiti del “chilometro zero” dovrebbero, a rigor di logica, deprecare le esportazioni e rattristarsi per i successi riscossi sul mercato internazionale dal grana padano, dall’olio d’oliva, dal prosecco. E, in quanto seguaci della virtuosa filosofia di consumo, quando gli vengono offerti prodotti “equi e solidali”, magari legumi coltivati da svantaggiate popolazioni africane, dovrebbero rifiutarli.

Ci sono poi fondamentali ragioni storiche che dimostrano quanto sia balzano l’assunto del “chilometro zero”. Cosa diventerebbe la nostra alimentazione quotidiana se non ci nutrissimo di pomodori, patate, ananas, banane, mais, zucchero, arachidi… cioè di quello che Tom Standage, in Una storia commestibile dell’umanità definisce “calderone globale dei cibi”? Nel libro si parla dello “scambio colombiano” (ebbe inizio con Cristoforo Colombo), cioè del proficuo incrocio di conoscenze, ruberie, tecniche e colture avvenuto tra Vecchio e Nuovo Mondo.

Grazie a questo scambio alcuni prodotti sono diventati decisivi per l’alimentazione di paesi lontanissimi da quelli d’origine, limitando la mortalità da fame e carestie. Fondamentali, due prodotti originari del Centroamerica (le patate per l’Europa del nord e il mais per quella del sud), che contribuirono al raddoppio della popolazione tra il 1650 e il 1850.

Nel suo celebre saggio economico-demografico del 1798, Malthus ha scritto: “Il potere della popolazione è infinitamente maggiore del potere che ha la terra di produrre sussistenza per l’uomo”. Sazia di patate, la popolazione era talmente aumentata che egli prevedeva un futuro di miseria, dato che non ci sarebbe stato lavoro per tutti. Il raggiungimento dei limiti biologici ed economici della crescita demografica era stato causato dal nuovo alimento arrivato da oltreoceano.

Oggi possiamo dire che, se ci fosse stato un “chilometro zero” contro mais e patate, il mondo sarebbe meno affollato, e forse noi non saremmo qui a raccontarlo.

[Crediti | Dalla rubrica “Cibo e Oltre” di Camilla Baresani su Sette, inserto del Corriere della Sera. Immagine: Happyolks]