di Sara Porro 5 Marzo 2014
Festa a Dubai

Introduzione,  in cui si offre un solido contesto scientifico alla mia inclinazione per l’alcol. Fino a l’altro giorno si pensava che, diecimila anni fa (giorno più giorno meno), l’uomo avesse abbandonato la vita nomade per diventare sedentario perché l’agricoltura gli avrebbe offerto garanzie più alte di sopravvivenza grazie a una disponibilità di cibo più costante.

E fin qui bastava il sussidiario delle elementari.

Di recente, tuttavia, questa teoria è stata messa in dubbio, quando le analisi di ossa umane risalenti a quel periodo hanno rivelato che i primi agricoltori erano più smunti e malaticci dei loro predecessori. E allora chi gliel’avrà mai fatto fare, all’uomo primitivo, di divenire coltivatore dandosi così, piuttosto letteralmente, la zappa sui piedi?

C’è chi dice che a convincere i nostri antenati a mettere radici (sto vedendo quante metafore agricole riesco a inserire nell’articolo, spero sempre di essere notata dal team di autori di MasterChef, feticisti della metafora gastronomica) sia stata non tanto l’allettante prospettiva di sfornare pane fresco tutti i giorni, quanto la possibilità di creare bevande alcoliche – un procedimento che richiede la fermentazione di frutta o cereali, quindi tempo, quindi qualcuno che di giorno in giorno vada a controllare cosa succede nella buca scavata nel terreno e sappia rispondere alla domanda: insomma è pronto il nocino? 

Una teoria che, se me lo aveste chiesto durante il mio recente soggiorno a Dubai (tornata ieri, fatto buon viaggio, grazie per aver chiesto) ha perfettamente senso: l’alcol è la colonna portante della vita sociale, ciò che consente agli uomini di passare dallo stato di natura (dove, ci insegna Hobbes, homo homini lupus) allo stato civile, dove homo homini drinking buddy.

A Dubai l’alcol è fortemente regolamentato.

Gli stranieri residenti e i turisti possono bere, ma soltanto gli hotel hanno la licenza per servire bevande alcoliche – non è sorprendente, quindi, che la grande maggioranza di ristoranti e bar apra all’interno degli hotel. Non si può bere né in strada, né in pubblico.

Come conseguenza, l’alcol è costoso e la gente beve tè alla menta quando va male, e modesto Cabernet argentino quando va bene.

La vita sociale è irta di difficoltà: un paio di pranzi e cene senza alcolici sono stati sufficienti per farmi realizzare che alcune delle doti che mi attribuisco (una certa predisposizione a mettere a loro agio i miei interlocutori, a chiacchierare con facilità, a creare rapidamente una vicinanza con una persona nuova) vengono seriamente compromesse dalla sobrietà.

Esempi: a una secret dinner molto posh in un capannone industriale, con cucina curata, ambiente tardo-warholiano dalle influenze mediorientali e organizzatori francesi, in accompagnamento al cibo è stata servita una bevanda sospettosamente simile alla Fanta.

Alla fine del primo piatto un paio di ospiti stavano già sonnecchiando su quello stesso divano in pelo sintetico che, con un’adeguata fornitura di alcolici, sarebbe stato il perfetto set di selfie senza ritegno. Nessuno si è divertito, e la scena ricordava le discoteche senza alcolici messe in piedi da parroci di buona volontà nella cittadine di provincia, con nomi come “Ballo senza sballo”.

Inoltre, la mancanza di alcol acuisce in modo sospetto il rischio di commettere gaffe (test effettuato su un campione di 1, che – lo indovinerete – sono io). Certo, questo potrebbe non essere vero: forse quando bevo rendo miserevoli le esistenze dei miei commensali rivelando accidentalmente adulteri, segreti di famiglia e perversioni inconfessabili, ma poi ho utili black out e la mattina dopo mi sveglio pensando di essere più a brava a ricevere di Csaba della Zorza in persona.

Forse, invece, dipende dal fatto che le persone a disagio dicono spesso la cosa sbagliata, e bere rende rilassati come budini.

Nello spazio di un solo, lucido, interminabile pranzo sono riuscita a chiedere a una giornalista come fosse il tempo in India (“Sono della Florida”, mi ha risposto gelidamente) e ho frainteso l’età di un’altra, cui ho attribuito 21 anni invece di 31, dicendole che “era semplicemente amazing quanti traguardi avesse raggiunto alla sua giovane età” e quanto, quanto avrei voluto essere stata così matura alla sua età. Lei, senza capire, mi ha chiesto allora quanti anni avessi io: quando ho detto trenta, lei ha taciuto.

Intorno al tavolo colpi di tosse, poi grande silenzio. Istintivamente le mani sono corse ai bicchieri, ma nullo è stato il conforto offerto dal tè all’ibisco.

[Crediti | Link: Daily Mail, MarieClaire. Immagine: Tomas Forgac]