di Tanya Gervasi 9 Giugno 2014
Eataly New York, esterno

Ciao, mi chiamo Tanya Gervasi e faccio la modella a New York. Mi dicono che sono bella, non dicono mai che ho fatto studi gastronomici e amo mangiare bene. Una passione raccontata nel mio blog, Gastromodel, e ora qui su Dissapore.

I casting sono pericolosi: cambiano le persone, provocano qualcosa dentro. Per una modella italiana che lavora a New York tenere il passo è insidioso. Quando la moka mattutina non basta entro da Eataly a bere un espresso. Se non altro, enogastronomicamente, ci si fa una cultura vivendo lontani dall’Italia, però gli expat fissati col cibo tipo me soffrono di nostalgia. Diciamo che vado da Eataly anche per un piatto di bucatini. E pure per comprare la carne senza ormoni e antibiotici come ingredienti aggiuntivi.

Di Eataly New York se n’è parlato tanto… spesso male. Sarà che noi italiani siamo specialisti in autogol ma per chi si sposta spesso, credetemi, Eataly rappresenta un approdo sicuro.

Magari ce ne fosse stato uno a Istanbul quando, tempo fa, ci ho vissuto per un mese. Mi sarei risparmiata il salto giornaliero da Starbucks, uno dei pochi posti al mondo dove non ti senti straniero, ma volete mettere la porchetta con il frappuccino.

Che cos’ha di tanto speciale Eataly New York?

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Prodotti. Le verdure squisite dei contadini di Upstate New York. La carne di razza Piemontese allevata da decenni in Nebraska (poiché la legge non consente l’importazione dall’Europa). Le farine di una piccola comunità della Hudson Valley, la Wild Hive Farm Community, che Eataly sostiene consentendo costi minori in fase di start-up ai giovani agricoltori.

I formaggi, in parte provenienti dall’Italia (ma di nuovo, la legge americana vieta l’importazione di formaggi a latte crudo con stagionatura inferiore a 60 giorni), in parte locali. Mozzarella e fior di latte fatti in loco ogni mattina, al pari del gelato.

Cibo di gusto e ispirazione italiana con standard di qualità elevati selezionati finché possibile vicino New York, altrimenti allontanandosi un po’.

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Grandi e piccoli. A Eataly New York la produzione industriale più impeccabile (che fa comunque gridare allo scandalo i puristi italiani) convive con i piccoli capolavori dei nostri artigiani. C’è il colosso Barilla e ci sono i pastifici di Gragnano. I Baci Perugina accanto alle creazioni di Gobino, cioccolatiere cult di Torino. Mulino Bianco e i biscottini di Novara del biscottificio Camporelli. Nutella e la mia crema spalmabile preferita: Baratti e Milano.

I motivi della coesistenza sono soprattutto due. Primo: l’esportazione negli Stati Uniti è soggetta a regole doganali inflessibili e non tutti i produttori italiani, specie gli artigiani, hanno la certificazione necessaria.  Secondo: i grandi marchi nazionali, quelli che i consumatori anglosassoni conoscono e di cui si fidano, fanno da traino per i prodotti meno noti.

Conosco molti newyorkesi che, provato il Grana Padano, si sono fatti incuriosire da formaggi italiani a loro sconosciuti e di produzione artigianale.

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Educazione al cibo. D’accordo, il tono professorale dei cartelli a volte può indisporre, ma lo sforzo che Eataly New York fa per divulgare l’enogastronomia italiana, e insieme, il nostro patrimonio di abitudini legate al cibo, è imponente. Dai corsi di cucina al set di informazioni che promuove ogni singolo prodotto in vendita.

Per dire, nel reparto della pasta i clienti hanno a disposizione un libro che racconta storia, tradizioni e ricette italiane. Prima di acquistare un olio extra vergine d’oliva si può consultare un manuale che spiega le differenze tra le diverse zone di produzione.

Provenienza certa. Per noi expat italiani abituati a difenderci da ogni sorta di nefandezza compiuta nel nome dell’Italian Sounding, dal Parmesan alla Bolognese sauce, stare tranquilli sulla provenienza dei prodotti è una liberazione. Stessa cosa per i newyorkesi attenti a quel che mangiano e col mito della tracciabilità.

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Non si spreca nulla. Chiamatele economie di scala, ma l’attenzione contro lo spreco del cibo che regola il ciclo dei prodotti a Eataly New York è un ottimo esempio di questi tempi. La carne in vendita viene usata anche nei ristoranti interni, lo stesso discorso vale per il pesce, l’ortofrutta, formaggi e salumi, la pasta fresca. Altro che sprechi della Grande Distribuzione.

Eataly New York, Tanya Gervasi

PS: Gadget da collezione degli Eataly nel mondo, tipo tazze di Starbucks, si potrebbero avere? Mr. Farinetti ci pensi su.

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