di Massimo Bernardi 20 Dicembre 2012
Enocratia, mialano, ingresso

Essere habitué di molti ristoranti ci consegna, a volte, la patente di brutalità: “A Milano se entri da sprovveduto in un locale — che sia un tempio dell’haute cuisine o una semplice trattoria — nove volte su dieci ti serviranno del vino dal sovraprezzo esorbitante. Ho bevuto vini con ricarichi che farebbero inorgoglire qualsiasi tangentomane, molti costano al bicchiere più di quanto il ristorante abbia pagato la bottiglia”.

Sono le confidenze di uno dell’ambiente, primo protagonista di questa storia, poco intenzionato a perdonare chi gli ha appena rifilato una sola.

Il secondo, è un locale aperto da un paio d’anni a Milano, in via Sant’Agnese, zona Cadorna, si chiama Enocratia, sottotitolo di sconvolgente bellezza: “il governo del vino”. Di Enocratia, il fido critico del Corriere Valerio Visintin scrive:

“Non proprio un wine-bar, ma un ristorantino che punta forte sui vini. Un’idea messa in pratica con buona dose di ingenuità. Manca volutamente (!) una lista dei vini organica e leggibile, col risultato che anche il cliente è in subordine alle scelte del sommelier. 2) Creatività e talento dello chef non si discutono, manca il mestiere. Alla luce di ciò, sarebbe da rivedere anche il rapporto tra qualità del servizio (tovaglie e tovaglioli di carta, lentezze, approccio fin troppo amichevole) e prezzi”.

Tuttavia il posto, scaturito dalla passione enologica del giovane Davide Mingiardi, è ben reputato dall’accolita dei foodie, con al centro i vini naturali e proletari, le belle storie, le bottiglie (teoricamente) non care e gli outsider.

Andrea Scanzi, personaggio numero 3 della vicenda, è diverse cose insieme: scrittore bernoccolato, commentatore del Fatto Quotidiano, prezzemolino da talk show politico in tivu, però snob. Qualcuna passa la vita a cercare di fidanzarsi con uomini che abbiano anche solo un brandello del suo Dna. Altre a cercare di schivarli. Tra i suoi libri di successo anche “Il vino degli altri”. Alla recente cena da Enocratia, Scanzi ha fatto seguire una delle più severe randellate mai assestate pubblicamente a un ristorante:

“Eravamo in tre, come aperitivo abbiamo scelto il Prosecco Coste Piane, che non delude mai. Insieme ti danno una focaccia calda, molto buona. Menu degustazione (una decina di assaggi) a 75 euro (il prezzo lo scopri alla fine, non all’inizio: prima di cominciare ci è stato solo detto “in cucina facciamo noi, okay?“) e vini con prezzi surreali. Anche qui, specifico che il 70/80% dei vini bevuti sono stati scelti dai proprietari, e quando un proprietario sceglie il vino e te lo porge/”impone” come se te lo offrisse, non dico che deve poi regalartelo, ma metterlo a un buon prezzo sì”.

Pur con i toni comprensibilmente alterati di chi crede di aver appena rimediato una sola, Scanzi conferma la mancanza di mestiere e i ricarichi sul vino non corretti. Non parla espressamente di malafede.

“Piacevole il Franciacorta Brusato Il Pendio (scelto dal proprietario come se ce lo offrisse), bello il Carat 2006 di Bressan (l’unico da noi scelto durante la cena, servito con un certo ritardo perché non aveva la temperatura di servizio ideale), una conferma il Jakot di Radikon 2005 (bottiglietta da 0.50 che non avevamo ordinato), deludenti il Cirò Aris di Sergio Arcuri 2009 (mai ordinato) e – ancor più – L’artiglio Dosage Zero 2009 di Cinque Campi, pure questo non ordinato e proposto misteriosamente – e masochisticamente – con i dolci. Il Cirò e L’artiglio sono rimasti quasi tutti lì. Alla fine è arrivato anche un ulteriore bicchiere, pure questo non ordinato, ma non l’ho bevuto e non ricordo cosa fosse”.

Buona parte delle bottiglie bevute da Scanzi e dai suoi commensali non si possono certo definire comuni, ma nemmeno dovrebbero avere prezzi da infarto. E invece:

“Con un menu degustazione di una decina di assaggi (piccoli) e una media di una bottiglia a testa (del valore teorico di 20-25 euro circa), abbiamo speso cadauno – udite udite – 125,333 Euro a testa. Avete letto bene: 376 euro in tre. Una cifra che accetto – forse – se vado alla Francescana, ma a quel punto ho un’altra apparecchiatura, un altro menu, un altro servizio. E soprattutto so che spenderò cifre più o meno analoghe: ne sono anzitempo consapevole. Se dovessi dare dei voti. Cucina 6+, ambiente 6.5, carta dei vini 9, servizio 6.5, rapporto qualità/prezzo 1.5.”.

Ecco, questa è la storia che volevo raccontarvi oggi per capire cosa dovrei pensare di Enocratia. E in genere dei locali scaturiti dalla passione enologica di un giovane, che amano i vini naturali e proletari, le belle storie, le bottiglie (teoricamente) non care e gli outsiders. Dove per un menu degustazione e più o meno una bottiglia si spendono 125,333 euro.

[Crediti | Link: ViviMilano, Andrea Scanzi. Immagine: Eat it Milano]