di Riccardo Campaci 3 Marzo 2015
Porcetto sardo

Del maiale non si butta via niente. Non andate a dirlo agli allevatori isolani cui è stato vietato di presentare il loro porcetto, il mitico porceddu o porcheddu o ancora proceddu, all’Expo 2015, si sentirebbero presi per il culatello.

L’entrata ai piccoli maialetti da latte, macellati fra i 4 e i 7 kg all’esposizione universale è stata negata a seguito di un divieto del Ministero della Salute, divieto che impedisce l’importazione nel continente della carne degli animali provenienti dalla Sardegna, a causa dell’infestazione di peste suina che sta piagando l’Isola da diversi anni.

No porceddu, no party per gli amici sardi, nemmeno per l’Expo 2015.

La decisione però, a parte rattristare chi ama il sapore unico, con sensazioni grasse e sapide oltre alle variazioni di consistenza tra cotenna, polpa e parti adipose, ha immediatamente innescato la polemica: ma come? all’Expo ci saranno i coccodrilli dello Zimbawe, altri carni esotiche, insetti in pastella, pure McDonald’s, e magari anche la mucca pazza e il pollo alla diossina sotto mentite spoglie… e invece niente per il nostro porceddu?

Gli allevatori sardi non ci stanno e non ci sta nemmeno l’assessore regionale alla Sanità, Luigi Arru, che si scaglia contro il Ministero della Salute, presieduto da Beatrice Lorenzin.

Sia chiaro, non stiamo parlando di peste bubbonica, ma di una tipologia di peste giunta dall’Africa e mai debellata in Sardegna, che colpisce solo i maiali (o affini, come i cinghiali); da qui dunque il rischio di contaminazione nei confronti degli allevamenti del continente.

Quindi voi potete andare tranquillamente in vacanza in Sardegna senza temere di restare contagiati. Mangiarvi il porceddu fantasticando di cotture sottoterra e lasciare a casa lo spauracchio.

Secondo Arru si tratta di uno spauracchio ingiustificato: i maialini Sardi sono in regola in quanto la carne dei maiali può essere senza problemi esportata a patto di essere stata precedentemente trattata in maniera specifica attraverso un particolare processo termico, in grado di annullare gli effetti della peste suina.

Tutto ciò considerando soprattutto l’OK giunto dall’Unione Europea per poter procedere alle esportazioni della carne suina sarda in Europa.

“Se l’Europa acconsente, perché l’Italia non dovrebbe farlo?” si chiede a ragione Arru, che fiuta probabilmente problemi di altro genere dietro la decisione del Ministero di impedire l’ingresso del porceddu a una manifestazione che invece dovrebbe vederlo come protagonista.

Si tratta di un danno d’immagine per la tradizione culinaria sarda, poche preparazioni rivelano un senso di identità e appartenenza forte come il porcetto sardo, ma anche economico, considerando le attuali difficoltà che gli allevatori dell’Isola devono affrontare proprio per via di questo embargo contro i loro capi.

L’idea è che sia più una questione di brand e di reputazione e che il Ministero voglia minimizzare le possibili conseguenze (giustificate o meno) che l’ammissione dei porcetti “impestati” all’Expo 2015 potrebbe scatenare a livello mediatico, che rischierebbe di far fare brutte figure all’Italia.

Come se di figure di “m” non ce ne fossero già state abbastanza, ma forse questa sarebbe la minore rispetto a tutte le altre.

In ogni caso Arru inquadra la questione in maniera impeccabile quando dichiara:

Le difficoltà che affrontiamo sono il frutto della mancanza di credibilità che deriva dalla presenza della peste suina africana in Sardegna, che non siamo ancora riusciti a sconfiggere. Le responsabilità sono a tutti i livelli. La nostra mancanza di credibilità è più forte a livello nazionale che a Bruxelles. La normativa europea rende già possibile vendere al di fuori della Sardegna i “porcetti termizzati”, in cui non esiste il rischio di peste suina. Questo non è ancora possibile a livello nazionale. Esistono resistenze che tutti insieme dobbiamo vincere. 

L’embargo sul porceddu sembra configurarsi non solo come un danno, ma anche come una beffa, vietando l’ingresso a una fiera italiana a un prodotto di piena tradizione italiana, ma accettando tantissimi prodotti alimentari provenienti da decine di Paesi sui quali molto probabilmente non verranno applicati gli stessi controlli dedicati ai porcetti sardi.

In questo caso altro che “del maiale non si butta via niente”: si butta via tutto e gli si sta lontano come se fosse un lebbroso. Anzi, un appestato.

[Crediti | Link: La Stampa, La Nuova Sardegna, Wikipedia, immagine di copertina: vladtrifa]

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