di Giovanni Puglisi 31 Marzo 2014
Farinetti - Sharm El Sheik

La Questione Meridionale è un problema da che l’Italia si accorse di avere due estremità. Una di queste, la testa, era vicina all’Europa continentale, agevolata nelle logistiche e nei commerci del Secolo XIX dal pianeggiare delle sue terre e dalla prossimità dei confini, composta di culture pragmatiche che risentirono del Calvinismo e delle storie di Polo e del Milione.

Un’altra punta era fatta di cuore e piedi, di movimento, di una società forse più pigra ma sconfinatamente ricca perché riposava sugli allori della Magna Grecia, sull’alternanza delle dominazioni che divenne tradizione, sulla nascita della cucina dei monsù e della letteratura d’evasione.

Il Sud Italia era ed è terra di emigranti, povera e maltrattata, malgestita e malconsiderata; corpo, tacco e punta dello scarpone. La Sicilia ne è il pallone preso a calci. La Sardegna, interpretando l’intimo della sua volontà, forse proprio un’altra Nazione.

È stato difficile, già nel 1861, riunire sotto la stessa corona due aree di connotazione tanto diversa: un Meridione rurale e arretrato, abbandonato allo sfascio della casa di Borbone, un Nord protoindustriale agevolato dalla posizione e dalla vicinanza culturale oltre che fisica all’emisfero in cui pulsava il moderno assetto mondiale. Omologare l’efficienza, la performanza economica, il grado d’istruzione; una missione finora fallita.

Il Sud è povertà, terra dei fuochi, è camorra, ignoranza e disorganizzazione: il Sud è perla, è 70% del patrimonio agroalimentare, è turismo e buona parte di tutto ciò che uno straniero, se si parla d’Italia, si finge nell’immaginazione.

La questione è annosa e non vedo alcuna soluzione immediata. La vede Oscar Farinetti, che propone a Reputescion, il programma di Andrea Scanzi su La3 (Sky can 163 – Dtt can 134): “Col Sud facciamoci una grande Sharm El Sheikh”, apriamo dei villaggi vacanze, abbattiamo le tasse per le multinazionali del settore affinché vengano a investire; mettiamoci i turisti di tutto il mondo, vendiamo l’esperienza, vendiamo il Meridione.

Dice Farinetti che il Sud è bellissimo: Vesuvio, sole e mare, una bella cornice, una bella superficie “… e gli alberghi sempre pieni”, avrebbe aggiunto Berlusconi. Poco importa se quel quadro ambientale sia la casa di una società complessa e malata; che chiede risposte su ogni fronte e di essere curata, ed è insanabilmente fratturata in due fazioni (chi s’adegua, e chi dissente).

Poco importa far cambiare idea ai primi: si sono adattati alla situazione presente, s’adatteranno in ogni caso e sempre – quanto ai secondi, ecco a loro l’occasione di cambiare. Chi non è stato al sistema preesistente, ha lavorato per migliorare la sua terra o magari è emigrato per potersi realizzare, avrà occasione finalmente di diventare barista, cameriere, comparsa contadina, maître d’hotel nella più grande messinscena alimentare del pianeta.

Non bisogna risolvere i problemi, quindi, secondo il pensiero di Farinetti; ma obliterarli con una massiccia dose di investimenti eterocondotti. Il turista straniero sarà così in grado di venire nella Penisola e trovare ciò che ancora non ha potuto: la riproduzione fedele delle proprie aspettative, lo stereotipo cinematografico di un’Italì senza sbavature in cui non mancano tovaglie a quadri, un Paese di Cuccagna ove risuona Carosone e che traborda di spaghetti (bolognaise) in ogni dove – in cui dappertutto vigono lo stesso accento, la stessa cucina, la stessa asettica spensieratezza di facciata; da Roma a Porto Palo, da cumpà fino a guaglione.

Favoriamo quindi l’afflusso delle multinazionali del turismo, dice Farinetti, nella parte dello Stivale più vicina al suolo: anziché lavorare con la gente, incentivare chi in loco ha idee e imprende, rendiamo il Sud teatro dell’ennesima colonizzazione economica e culturale. Tagliamo le tasse, agevoliamo le grandi aziende: non le piccole e medie o i giovani sul territorio, ma i big spender che possano arrivare a sovrascrivere tutta la corrotta civiltà meridionale con un nuovo, perfetto modello; che sappia dare agli utenti internazionali (ben paganti) esattamente ciò che vogliono, rigenerando in tempi brevi il capitale.

— E se queste ipotetiche grandi strutture, divenute reali, non dovessero lasciare spazio ad alberghi, ristoranti, bar di proprietari residenti?

— Se s’impadronissero del mercato del turismo, spazzando definitivamente ogni altra velleità imprenditoriale, prosciugando il territorio e le risorse?

— E se per ogni posto di lavoro creato in un mall già oggi ne scomparissero sei legati al piccolo commercio e all’artigianato?

— E se il miraggio di impiegarsi presso una grande struttura dovesse fomentare nei ragazzi diminuzioni ulteriori del tasso d’istruzione?

— E se la mafia s’insinuasse nelle trame del circuito e la cementificazione selvaggia non facesse che peggiorare, deturpando gli ultimi angoli segreti di queste terre?

Non importa: i nuovi uomini del Sud-Sharm el Sheikh o New Las Vegas ringrazierebbero il cielo per lo stipendio mensile, e senza chiedersi se sarebbe potuta esistere un’altra via continuerebbero a travestirsi con coppole e lupare, a zappare orti-campione, a fingere la pastorizia, a parlare coi tedeschi come Vito Corleone.

Anziché riscoprire l’orgoglio e rimboccarsi le maniche, restando appesi alla speranza di cambiare le cose che in alcuni di loro – di Noi – resta, agli uomini del Sud per tirare a campare basterebbe mettersi in posa per le foto, dimenticarsi le opportunità ormai passate sotto un altro padrone e sorridere, in un processo di disneyficazione totale a cui non basta più emulare la realtà – perché è potente abbastanza da rimpiazzarla.

[Crediti | Link: RepubblicaTV]