Farsi un nome: come ti chiamo il ristorante per non sbagliare

Farsi un nome: come ti chiamo il ristorante per non sbagliare

Cari ristoratori, attenti al nome che scegliete. La sua importanza sembra talmente ovvia da passare spesso in secondo piano, ma un buon nome fa mezzo locale.

Le parole sono importanti, ancor di più se occhieggiano dalla tua insegna, si stampano sui tuoi biglietti da visita, vengono ricamate sopra i tuoi tovaglioli.

Di tutti i criteri in base ai quali troviamo un ristorante irresistibile o ce ne teniamo alla larga –menu degustazione, sito Internet senza musichetta, i cani possono entrare, lo chef ha una barbetta sexy, i bambini hanno uno spazio dove non rovinano i pasti agli altri– il nome è forse il più importante. Magari non ci sembra ma lo è.

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Puntare su un concetto astratto: banale ma sicuro.

Delizie: Sulla Riva, Del Mare, Del Borgo.
Sapori: Antichi, di Casa, Della Nonna.
Gusto: Il Buon, Il Tempio Del, La Stanza Del.

Non attirano magneticamente, ma neanche respingono.

Stuzzicare un immaginario rustico e casereccio, fatto di tovaglie a quadrettoni e gocciolanti caraffe della casa, di solito funziona.

Taverna e Pescheria sanno di autenticamente genuino, rassicurano e promettono.
Cosa meglio di Trattoria evoca gloriose mangiate con annessa scarpetta finale?
Ancora meglio aggiungendo una rustica postilla dialettale: chi non cenerebbe da L’Umbreleèr o da O’ Malomm?

Tenetevi alla larga, invece, da Osteria. Salito baldanzosamente di livello (vedi Francescana, Povero Diavolo, Antica Osteria Cera), ora che Guccini ha smesso di far dischi e Slow Food battezza osterie costosi locali dai 35 ai 50 euro, l’espressione ha perso molto del suo potere evocativo.

Sfuggite, vi prego, al fascino dell’italianità per forza. Non c’è niente di male a essere patriottici, ma la combo Tricolore Red Devils (il proprietario tiferà Manchester United?) per un locale di cucina calabrese sembra un filo forzata.

Non apro nemmeno il capitolo delle glorie cittadine. A Busseto è tutto Verdi, a Pesaro tutto Rossini. Un antidoto alla dilagante mania di chiamare bakery ogni pasticceria, cafè anche il più malandato bar di provincia, tutte le enoteche verre qualcosa. La prossima volta che vedo una confitteria Dream Cake mi metto a gridare.

Forse conviene andare diretti al punto, ovvero al cibo: le belle idee come Marzapane e Scannabue aumentano la salivazione. Oppure a nome e cognome, altra epidemia: Cracco, Ilario Vinciguerra, Sadler, Guido, Romano, Arnolfo, Open Colonna. O ancora ai numeri: 2 Ladroni, 7 Consoli, 4 Passi. Sicuramente meglio che puntare sui preziosi: La Perla, Il Corallo, la Tavola d’Argento.

Oppure fantasia al potere: Il poeta contadino, Il testamento del porco, Arnaldo Clinica Gastronomica, Tano passami l’olio.

Per il gran finale mettetevi nei panni dell’aspirante ristoratore: come chiamate il ristorante che state per aprire? Su cosa puntate? Quali sono insomma i nomi che vi aprono lo stomaco, e quali ve lo chiudono?