Pret a manger, Itsu e gli altri: il fast food è diventato sano

La scorsa settimana, a Londra per la 50 Best Restaurants, ho fatto una passeggiata notturna attraversando la City, il quartiere finanziario, per rientrare nel mio albergo: l’intento era di fermarmi per una birra in un pub qualsiasi, uno di quei pub tradizionali che odorano di sudore e quando entri non sai se sia la birra […]

pret a manger, londra

La scorsa settimana, a Londra per la 50 Best Restaurants, ho fatto una passeggiata notturna attraversando la City, il quartiere finanziario, per rientrare nel mio albergo: l’intento era di fermarmi per una birra in un pub qualsiasi, uno di quei pub tradizionali che odorano di sudore e quando entri non sai se sia la birra oppure gli avventori.

Ma nel miglio percorso non ne ho trovato nemmeno uno. E non c’erano nemmeno parrucchieri, o caffè, o fioristi, o venditori di biciclette. Solo catene di fast food salutista, a perdita d’occhio.

Nemmeno un McDonald’s. Giusto l’occasionale Starbucks, ma anche lui prometteva insalate con leafy greens.

Uhm, mi son detta.

La domenica successiva, invece, ho trascorso una strana giornata in compagnia (spirituale) di Marc Augé per aeroporti nordeuropei (l’oversell di biglietti aerei dovrebbe essere vietato dalla convenzione di Ginevra), e di nuovo lo scenario era lo stesso: là dove un tempo sorgevano distese di KFC, McDonald’s e Pizza Hut, tra il giallo maionese e il marrone burger, ora ci sono solo fast-food super sani, tutti verdi e bianchi. Massimo massimo il beige tenue del petto di pollo (vi serve una ricetta? Elisabetta Canalis ha quello che fa per voi).

Pret a manger - sandwichPret a manger caffèpret a manger - sandwich al roast beefPret a manger, fruttaPret a manger, ristorante

Prendiamo il pionere Pret a manger, nato nel 1986 a Londra.

La catena, ormai vicina ai 300 punti vendita nel mondo, si vanta che ognuno dei suoi locali funzioni un po’ come un ristorante. In ciascuno (o, quantomeno, vicino), c’è una cucina. Nel menu, panini, baguette e insalate, sushi, zuppe, muesli, torte, frutta. Il cibo è preparato fresco ogni giorno, e alla fine della giornata l’invenduto viene donato a organizzazioni benefiche.

Io ho provato un tramezzino con aragostelle e rucola, che il sito descrive come “una scelta super-sana, con buoni livelli di proteine, calcio, vitamine B e selenio (un antiossidante essenziale)”, un gazpacho, una popcorn bar minuscola “con meno di 180 calorie” (che non sono affatto poche, se me lo chiedi).

Il cibo era piuttosto bello, molto ben confezionato, sotto il profilo del sapore solo okay ma comunque decisamente in un altro campionato rispetto all’offerta di, giusto per fare un esempio, Autogrill.

Il mio pranzo mi è costato circa una dozzina di £, circa 15 euro (ci ho aggiunto del mango disidratato).

sushi, ItsuItsu, LondraItsu, internoItsu - colazione giapponeseItsu - menu

Altro aeroporto, altro giro: ubiquo a Londra, il fast food pan-asiatico Itsu – da uno degli stessi fondatori di Pret a Manger – va anche questo per la maggiore.

L’insalata “hip, humble and healthy” (potremmo dire: “trendy, umile e salutare”) contiene avocado, fagioli di soia, riso giapponese, alga kombu, ed è un twist accettabile nell’ambito “insalate”, che sono comunque la serie Subbuteo della gioia di vivere.

Invece il misto sushi “salute e felicità”, con nigiri tonno e salmone, sashimi di salmone, maki al granchio, salmone e avocado, alghe wakame, non mantiene (quantomeno) metà delle sue promesse.

Certo, a 7.99£ cos’altro aspettarsi? Inoltre il sushi si presta particolarmente poco a essere conservato già assemblato (vi ho visti che lo compravate all’Esselunga. E vi ho giudicati, in silenzio).

POD, LondraPod - sacchettiPod - internoPod, un piattoPod - il bancone

Pod, con il suo “cibo fresco, stagionale, salutare, con packaging compostabile”, per il momento è solo a Londra.

Nel menu, panini con farina integrale e “5 tipi di semi Omega 3”, un Chicken Detox Box (!), zuppe “con verdure ricche di minerali”, altre zuppe con “proteine magre” (“aggiungi del guaranà per tanta energia in più”). Insomma vi siete fatti un’idea.

eat, londraEat., PastramiEat., londraEat- armadio frigoEat.,succhi e dolcetti

Di nuovo solo a Londra, per ora, c’è Eat. (così, con il punto. Farinetti, scommetto che avresti voluto pensarci tu per primo. La punteggiatura è la nuova frontiera del copy), che – nato nel 1996 – ha già più di 100 sedi.

Anche loro non comprano nulla di già pronto, fanno tutto in cucina ogni giorno, “proprio come faresti tu a casa”. Il menu cambia ogni settimana, e in questo caso l’accento è più sulla genuinità che sull’ortoressia (anche se la menzione “meno del 5% di grassi” fa capolino qua e là).

Fin qui l’elenco, ora via alle considerazioni: è questo uno sviluppo favorevole?

Difficile sostenere il contrario, soprattutto a confronto con 10 o 15 anni fa, quando tutte le catene di fast food erano templi alla feroce divinità dell’occlusione coronarica. Il cibo sano, largamente disponibile e a prezzi accessibili è, ovviamente, un bene. Inoltre, tutte queste catene mostrano di avere a cuore le tematiche ambientali: contenitori riciclabili, pesce e carne allevati in modo (almeno un po’ più) sostenibile, materie prime biologiche.

Bryn and Dane - Fast food salutista

Ma allora, di che lagnarsi? Per cominciare, se già non è facile sdilinquirsi per il fast food come concetto, tanto più difficile diventa quando si considera l’incredibile sovrapposizione dei menu delle diverse catene – la stessa cantilena, infinitamente ricombinata, di kale, soia, riso integrale, pesce magro.

In secondo luogo, essendo io una di quelle femministe che pensano il posto non solo delle donne, ma anche e soprattutto degli uomini e dei bambini (insomma, di tutti) sia la cucina, non amo che si dica che il cibo è “proprio come lo cucineresti tu a casa”, perché è una frase sempre a metà: quello che intende realmente è “se cucinassi, che proprio non ti ci vedo”.

Ma soprattutto: è allarmante e, paradossalmente, un passo indietro rispetto all’epoca del fast food trucido come il “buono” non stia più al centro della scena. Conta solo il “buono per te”: il sapore occupa un posto secondario rispetto agli effetti che l’assunzione ha sul corpo. Una volta che questo approccio si afferma, la deriva Soylent, il bibitone insapore che potrebbe sostituire tutti i nostri pasti, appare meno improbabile.

[Crediti | Immagini – Flickr: Sule TurembeketchaiyumtanAmbernectar 13Printed Pixel. Thrivedc, My lucky nine, Oxford.tab, Mostly food, The fashion scout, Imittel stand, London Expert, Train Ride, Wkipedia]

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