di Martina Liverani 24 Aprile 2014
Morte, foodblogger

Dicono che l’era dei fashion blogger sia arrivata al capolinea, e forse è vero. Accomunati ai colleghi del settore moda per via della reflex, della voracità nell’ottenere accrediti, e malcelata tendenza all’ego-blogging, i food blogger faranno la stessa fine?

In parole povere: è finita la bazza dei tempi in cui bastava avere un foodblog per essere invitato, influente, temuto, voluto, pagato, recensito, omaggiato, contattato, letto, amico, seguito, adorato?

10 anni fa, mentre io e voi stavamo ballando la canzone più tamarra di sempre (leggete qua, e pentiamoci) e Simona Ventura  all’apice del suo successo aveva condotto il Festival di Sanremo, nascevano in Italia i primi foodblog. Oggi Simona Ventura fa la testimonial di Pittarosso, in uno degli spot più brutti di sempre. Questo per dire che in dieci anni le cose cambiano.

La prima generazione di blogger, erano voci davvero nuove, boccate d’aria fresca. Erano libertà e sfacciataggine. Erano autenticità e freschezza. Questi riot del food, come ce li immaginavamo alle prime letture, avevano imbracciato macchine fotografiche digitali, smartphone e tablet e girato il globo gastronomico per catturare informazioni da trasmettere in tono amichevole ai loro seguaci.

Twittarono per primi e iniziarono una conversazione dove prima c’era il silenzio.

Oggi c’è il chiasso. Oggi tanti blog sono solo sbadigli, copiaincolla e sempre meno voglia di postare con frequenza.

Oramai il termine blogger non ha più quell’afflato esotico che ti faceva pensare a un qualcuno in grado di smuovere masse di seguaci con un click e sapersi perfettamente districare nell’inesplorato mondo dei socialcosi. Ora  tutto è cambiato: lo stuolo di seguaci ha – a sua volta – aperto un blog seguito da seguaci che anch’essi hanno aperto un blog.

I nomi di fantasia e quelli delle spezie si sono esauriti. Come pure il nostro entusiasmo nel vedere ricette, recensioni, apologie di chef e leggere sproloqui notturni circa la pappa dei bambini, la colite della zia, e il mesiversario di matrimonio.

Gli unici a credere ancora fortemente nei food blogger sembrano essere  gli uffici stampa e gli organizzatori di eventi, che  continuano a considerare i blogger un’entità unica, da vendere – al proprio cliente sotto forma di pagine di rassegna stampa e accrediti agli eventi– a cottimo.

Ma nei dieci anni dalla comparsa dei primi blogger è successo che la stampa, per così dire “tradizionale”, si è avvicinata ai socialcosi, ai blog di redazione, ai siti web.

E se un giornalista di mestiere, con capacità di scrittura e buone idee, deontologia e voglia di fare informazione, una redazione e un social media manager alle spalle, inizia a usare i social o a scrivere un blog, è più blogger dei blogger.

Perché blogger, per come l’ho sempre inteso io, non è un mestiere ma è un mezzo, non è uno status ma è un media. Il blog è un contenitore, i cui contenuti vanno necessariamente adeguati ai tempi che cambiano.  Ora i blogger non solo si fanno concorrenza tra simili, ma subiscono anche la prepotente avanzata della stampa tradizionale che, dopo averli studiati e raccontati nelle proprie pagine come un fenomeno di lifestyle, li ha inglobati.

Cosa ne è oggi e cosa ne sarà dei migliaia di foodblog sparsi nell’Internet?

E cosa ancora può farsene di loro il mondo del food?  Un mondo che, come quello della moda e forse ancor di più per motivi etimologici, ti fagocita, ti mastica, ti digerisce e poi – così è nella natura di tutte le cose –  ti elimina.

[Crediti | Link: The Cut, Rivista Studio. Immagine: Armida Cooks]