di Sara Porro 31 Ottobre 2013
Il piatto di Moreno Cedroni

La scorsa estate ho cenato alla Madonnina del Pescatore, il ristorante di Moreno Cedroni a Senigallia. Piatti ottimi sono stati mangiati, pettegolezzi scambiati, bicchieri di vino tracannati. Un’esperienza bellissima, della quale il cibo era una parte.

Fino al dessert. Non senza teatralità, a me e alla mia commensale vengono portati in tavola due guanti azzurri di lattice, che indossiamo. L’effetto esame prostatico è dietro l’angolo, per sicurezza non ci guardiamo negli occhi.

“Bene, ora è il vostro turno di lavare i piatti” annuncia il cameriere. Ecco che arriva una lastra di plexiglass sulla quale sta una spugna: gialla e porosa sotto, verde e rugosa sopra. Noi ridacchiamo: siamo ormai completamente concentrate. Quando arriva anche il “sapone”, squittiamo per la delizia. Anche le persone sedute agli altri tavoli lanciano occhiate nella nostra direzione: vorrebbero giocare anche loro.

Ovviamente, la spugna è Pan di Spagna, il sapone crema pasticcera, la schiuma gelato. Il dolce è buonissimo. Ma soprattutto: è divertente.

E questo “soprattutto” è uno di quei “soprattutto” che scavano fossati tra gli appassionati: meglio lo chef ludico o lo chef di sostanza?

Il dolce di Moreno CedroniIl dolce di Moreno CedroniIl dolce di Moreno CedroniIl dolce di Moreno CedroniIl dolce di Moreno CedroniIl dolce di Moreno CedroniIl dolce di Moreno CedroniIl dolce di Moreno CedroniIl dolce di Moreno CedroniIl dolce di Moreno CedroniIl dolce di Moreno CedroniIl dolce di Moreno CedroniIl dolce di Moreno Cedroni

Io mi sono schierata da tempo: la prima esperienza autonoma in un ristorante stellato fu a 20 anni, quando trascinai il mio fidanzato di allora al Joia per festeggiare il nostro primo anniversario.

Ora: il Joia, del sempre discusso Pietro Leemann, non è il locale che consiglierei per il battesimo dell’alta cucina: il posto non è particolarmente scenografico e la cucina è, come dire, ostica.

Insomma, era non senza perplessità che ci trascinavamo lungo il menu degustazione, fino al momento spartiacque: l’arrivo del piatto “Un Sasso rotola”.

Sasso che rotola

Il cameriere, molto formale, si avvicinò al nostro tavolo con un piatto a un’estremità del quale stava un supplì, mentre sull’altro lato era spalmata una salsina. Con aria cerimoniosa, sollevò un lato del piatto lasciando che il supplì-slavina travolgesse la crema, per finire la sua corsa sul bordo del piatto.

In silenzio il cameriere. In silenzio noi.

Il fidanzato disse: “Non si gioca con il cibo”. Io pensai: “Non dureremo”.

Ripensandoci, penso di essermi schierata molto prima. Ecco: ai pranzi in mensa alle elementari. La regola rispetto al cibo, in quel caso, era: puoi giocare con tutto quello che poi mangerai, non puoi fare pasticci con ciò che intendi avanzare. All’epoca non mangiavo formaggio, mentre il mio amico Filippo sì, e quindi a lui spettavano lunghi minuti di delizia in cui poteva dedicarsi all’intaglio della sua sottiletta con il coltellino di plastica, ricavandone omini commestibili. Io mi consumavo d’invidia.

E allora da dove viene la mia difesa del giocare con il cibo, è forse un trauma infantile irrisolto?

In fondo non sono stati anni facili, Filippo si è tatuato un telefono rosso con le rotelline sul braccio perché era un giocattolo che gli veniva sistematicamente sottratto dagli altri bambini.

[Crediti | Le immagini del piatto di Moreno Cedroni sono di Brambilla/Serrani, l’immagine del piatto di Pietro Leemann è di Academytimes.eu]