di Carlotta Girola 23 Marzo 2015
Sagra di primavera

Eclissi, equinozio di primavera e conseguente entrata in pompa magna nella bella stagione. E’ successo tutto nella scorsa settimana, e ora ci ritroviamo catapultati nella stagione delle sagre senza essercene nemmeno accorti. Con la primavera ricomincia il bombardamento mediatico a suon di cartelloni fluorescenti agli angoli delle strade che promuovono i festival gastronomici con protagonisti i piatti più astrusi e sconosciuti della provincia italica.

Proprio qui, a distanza di sicurezza dal frastuono del “foodismo” metropolitano e un po’ snob, la sagra di ogni-cosa è diventata un must irrinunciabile: le panche di legno, il servizio nei mega vassoi e il ketchup in monodose.

La sagra esercita su di me un fascino inspiegabile, anche perché il cibo non è quasi mai quello che sogno nei giorni precedenti. Alle sagre paesane ho mangiato gnocchi freddi ghiacciati, bolliti misti in estate, verdure grigliate surgelate e trasformate in copertoni di auto, ho visto formati alieni di salamelle e ho ingurgitato patatine croccantissime o flosce peggio di un purè.

Ma, detto questo, è più forte di me: sono un’italiana media e non me ne vergogno.

Sagra di primavera nelle Marche

Sarà la mia parte lievemente autopunitiva, ma i tendoni all’aperto, l’odore della griglia, i menu da compilare al tavolo sono tutti elementi per me magnetici.

Quelle della mia zona (il varesotto) le conosco come le mie tasche, ormai. Potrei mappare l’intera area e, da primavera fino all’autunno (zucca docet) potrei anche riuscire a non cucinare a casa nemmeno una sola domenica a pranzo.

Spaziano territorialmente da feste dei pesciolini fritti di lago (che poi lo sanno anche i muri che le alborelle nel Lago di Lugano non ci sono più), alle mitologiche feste degli alpini in cima ai monti, regno incontrastato di polenta e di nervetti. Cambiano i rossi della casa (si va dal grado “bevibile” se siete fortunati, a “inqualificabile” quando va male), ma la costante sono i bicchierini di plastica tragici in cui tutti sono costretti a consumare, dal sindaco al bambino. 

Ecco, forse mi piacciono tanto perché sono democratiche e lo stracotto d’asino che mangio io, lo mangia anche il mio vicino, uguale identico.

Certo, negli ultimi anni devo riscontrare un considerevole aumento dei prezzi.

Se, fino a qualche anno fa, pranzare in una sagra significava mangiare a prezzi popolari, oggi potremmo metterla in parallelo con l’andare a mangiare un panino a Milano. Per capirci, insomma: spenderai sempre di più di quello che ti aspetti.

Di recente, inoltre, affiancate alle sagre storiche sono arrivate quelle più giovani e ammiccanti, le sagre 2.0: archiviata (in parte) la trippa, le donne dentro alle cucine fumose cucinano anche l’hamburger e il piatto veg. Credo che qualche antesignano della festa degli alpini, dove tra pesce in carpione e spezzatino di vitello non si ha scampo, potrebbe rigirarsi nella tomba al solo pensiero.

Sagra di primavera

Ma non ci si può sempre lamentare: il mondo cambia e, come tutte le manifestazioni foodarole, anche le sagre si aggiornano e si svecchiano. Non riescono però ad imborghesissi troppo, ma questo lo abbiamo già detto è dovuto alla mise en place in polipropilene.

Il mondo cambia, l’Italia cambia, ma la sagra (cascasse il mondo) resta, e riesce ancora a scandire week end dopo week end i tempi delle nostre stagioni. Sono una romanticona, lo so. In effetti non tutti la pensano come me: la gente critica e odia tutto, e dopo l’avvento di TripAdvisor i rosiconi sarebbero capaci di recensire con astio anche la sagra della polpetta perché quella sera avevano un’unghia incarnita.

Resta il fatto che, nelle sempre più rare occasioni in cui lo chef di campo imbrocchi la ricetta, le sagre regalano grandi soddisfazioni culinarie e ancora più soddisfazione sociologico-antropologica.

Ma non ci si deve distrarre: come mi ha insegnato la mia nonna Lucia, alle sagre non bisogna mai dimenticare (rigorosamente in borsetta): forchetta e coltello di metallo, smacchiatore per vestiti e Autan. Servirebbe anche uno strumento appuntito per bambini fastidiosi, ma lo stanno ancora studiando.

Ora che le sagre sono cominciate, comunque, voglio superare le mie barriere territoriali e creare la mia personale collezione di primavera in 3 appuntamenti imperdibili:

Polpette al sugo

1. A’ PURPETT RA NONNA (Scisciano, Napoli 18 aprile)

Edizione numero uno per questa sagra dal menu tradizionale, e per il quale potrebbe servirvi un traduttore: si comincia con “Ziti Tagliati co’ rau’ ra Nonna”, si prosegue col secondo, le mitiche “Purpett ra Nonna”, ma anche altre portate tra cui “A purpett e’ baccalà” e “O cuopp e purpetta”.

Brasadè

2. SAGRA DEL BRASADE’ (Borgo Priolo, Pavia 6 aprile)

Ma come non sapete cosa sono? Non lo sapevo nemmeno io, prima di leggerlo, ma mi sono già innamorata di una sagra che osanna delle ciambelline di antichissima fattura e manda in giro i bambini autoctoni con grosse ghirlande di ciambelle al collo. Volete perdervela?

Sagra della bondola

3. SAGRA DELLA BONDOLA (Torrebelvicino, Vicenza, dall’8 al 17 maggio)

La Bondola è un insaccato di suino pressato e cotto per diverse ore e servito caldo. Qui lo accompagnano con crauti, fagioli stufati e polenta. Tipico piatto primaverile, credo. E comunque, se avete qualche dubbio, come recita la descrizione della sagra: “Per dare un’ esempio è simile al cotechino MA BENSI’ più grande, gustoso e saporito.”

Non trovate anche voi che, a piccole dosi, siamo un popolo meraviglioso?

[Crediti | Link: Dissapore, immagini: Flick/Clik-Rik, Flickr/Lago.it, Flickr/CB, Flickr/Antonio Centini]

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