di Giulia Caligiuri 7 Gennaio 2014

Rifiutarsi di pagare i rifiuti. Un gioco di parole divertente sulla carta, ben lontano dall’esserlo nei fatti. Il mondo della ristorazione si ribella per l’aumento della Tares, il tributo sui rifiuti calcolato sulla superficie d’esercizio aumentato in un anno dal 150 al 480 per cento a seconda dei Comuni.

La protesta parte da Genova, dove i titolari di molti ristoranti tra cui Zeffirino, Gran Gotto e Antica Osteria della Castagna, con una tares passata da 4.500 a 8.500 euro, decidono per lo sciopero fiscale. Preferiscono pagare i dipendenti o addirittura chiudere pur di non cedere all’assurdità della richiesta.

Reazioni simili nelle altre città: rabbia generalizzata, senso di impotenza, accettazione supina di un sistema che non cambia. I ristoratori chiedono di essere equiparati alle imprese artigiane, che pagano tasse meno elevate, non agli esercizi commerciali. Ma Anne Feolde dell’Enoteca Pinchiorri di Firenze ha dichiarato al Corriere della Sera che: “Reagire è inutile, è soltanto una perdita di tempo che non serve a nulla. Sono molte le cose da cambiare”

Si salvano i ristoratori con esercizi più piccoli, come Ciccio Sultano del Duomo di Ragusa Ibla, in Sicilia, che ha un locale di 200 metri quadri. Lo chef ha comunque visto passare la sua tares da 400 a 1200 euro. E capisce la reazione di Genova.

Si guarda alla Francia, dove al minimo disappunto i ristoratori marciano insieme per ottenere il rispetto dei loro diritti. Specie Andrea Berton, che recentemente ha aperto l’omonimo ristorante a Milano:

“Invece di agevolare la ristorazione italiana, che è un fiore all’occhiello del Paese, la si penalizza tartassandola di tasse. Così, non si stimolano gli investimenti”.

[Crediti | Corriere della Sera (non online) | Immagini