di Sara Porro 9 Maggio 2014
Grom, Game of cones

Salta fuori che Grom, catena di gelaterie nata a Torino, a tal punto arcinota da rendere ampiamente superfluo questo inciso introduttivo, ha un segretissimo libercolo interno per la formazione dei dipendenti che pare essere uscito pattinando dallo storico film Yuppies di Carlo Vanzina (anche questo non abbisogna di spiegazioni).

Ecco un saggio della saggezza inflitta ai 600 dipendenti nel mondo:

— Un vincente si sente personalmente responsabile di contribuire al successo della società
— Un perdente dice “ci lavoro semplicemente”

— Un vincente dice “è un lavoro duro ma posso farcela”
–Un perdente dice “Questo lavoro è troppo duro per me”

— Un vincente dice “Lascia che ti dia una mano”
— Un perdente dice “Non è compito mio”

— Un vincente è sempre disposto ad ascoltare
— Un perdente vuole sempre essere l’unico a parlare

— Un vincente accetta critiche e consigli
— Un perdente si mette sulla difensiva e diventa aggressivo

— Un vincente cerca le soluzioni a un problema
— Un perdente vede problemi in ogni soluzione

— Un vincente dice “posso sempre migliorare”
— Un perdente dice “non potrò mai fare meglio di così”

— Un vincente è una persona felice
— Un perdente è una persona disillusa

— Un vincente va d’accordo con tutti
— Un perdente è un solitario

Nella mia mente, lo leggo tutto con l’accento milanese del compianto Guido Nicheli che rimprovera il riottoso creativo Gerry Calà in una delle scene del film: “Sa cosa le dico Rambelli? Che vedo la sua promozione in grave danger“.

Manuale del dipendente, GromManuale del dipendente, GromManuale dipendente, Grom

La storia è stata rivelata dallo scrittore giramondo Simone Perotti che se ne fa beffe in un post sul suo blog Piccolo Cabotaggio II . Lo contatto per chiedergli le foto dell’opuscolo, che vedete qui. La sua fonte è un dipendente della società, che rimane anonimo.

Vediamo che cosa di questo Sun Tzu dell’evo moderno suscita prurito incoercibile.

Prima di tutto, è molto ridicolo. Scommetto che il binomio Vincente vs. Perdente non è nemmeno più in uso nei Powerpoint con cui vengono formati i venditori di Publitalia. Ha un sapore deliziosamente anni ’80, perversamente Patrick Batemaniano.

Ma soprattutto, è offensivo pretendere che una persona si percepisca come un vincente, o un perdente – un concetto onnicomprensivo, che si applica ad ogni aspetto dell’esistenza, in funzione 24/7 – per come assembla miscele già pronte o per come dispone del gelato su un cono. Qualunque lavoro onesto è – non c’è bisogno di dirlo – pieno di dignità ma la grandissima maggioranza degli incarichi offerti da Grom al personale interno ai negozi non hanno reale valore aggiunto.

In questo contesto, la qualifica di “vincente” ha la stesso valore di definire la segretaria “office manager” nella convinzione che un (supposto) incremento di autostima motivi la forza lavoro più di un aumento di stipendio.

Durante l’università, per sbarcare il lunario, ho fatto un lavoro di questo tipo: ritagliavo e incollavo articoli di giornale per comporre rassegne stampa (lo so. Vengo dal Giurassico). Cominciavo alle 7 di mattina, 6 giorni alla settimana. Era un lavoro banale, ripetitivo, che – a giudicare dalla perizia con cui mangia una palla di riso – un Loris lento avrebbe compiuto con superiore bravura.

Lo svolgevo con relativa disciplina – tranne qualche volta in cui dormivo sulle scale dell’ufficio perché tanto era troppo tardi per tornare a casa – ma senza riconoscermi in alcun modo in esso.

Lavori come questo, lo sapeva bene Marx, sono lavori in cui non ci si realizza, ci si perde. La anacronistica nozione di “vincente” non si applica, e non è corretto pretendere da qualcuno che si senta di “contribuire in prima persona al successo della società” in un contesto come questo.

Diceva a proposito dei dipendenti della catena il socio Federico Grom nel luglio scorso a L’Espresso 

“i nostri guadagni sono tutti rinvestiti nei negozi, e in stipendi decenti per i nostri dipendenti, quasi tutti a tempo indeterminato, quasi tutti giovani felici di lavorare in questo spicchio dell’eccellenza italiana”.

I vincenti sono felici, mentre i perdenti sono infelici: quale sia il rapporto causa-effetto non è del tutto chiaro. Del resto si sa che “Al gioco del cono o si vince o si muore”.

(Ho forse io scritto un intero post al solo scopo di inserire questo riferimento al Trono di Spade? Certo che sì).