di Rossella Bragagnolo 14 Settembre 2012
hashi, pomodori

Settembre. Tempo di buoni propositi e di rimettersi in carreggiata. Quanti di voi si sono posti l’obiettivo di assumere abitudini alimentari più sane dopo i bagordi estivi?
PREMESSA: avviso che in ciò che state per leggere non c’è alcuna pretesa di scientificità, trattandosi di un esperimento da me condotto su un numero di campioni limitato (due) e di parte (io e il mio consorte). Detto ciò… buon divertimento.

ANTEFATTO.
Ore 20 di una sera qualsiasi. La cena è pronta, lui e lei sono in procinto di alimentarsi. O meglio: mentre lei è “in procinto di” e sta ancora soffiando sul primo rigatone, lui ha già spazzolato e con la terza scarpetta non lascia scampo neanche all’ultima molecola di sugo superstite. Lei è sgomenta, o, per dirla senza eufemismi, sull’andante incazzato. Ora, a parte che aspirare come un’idrovora qualsiasi cosa passi per la tavola fa perdere la convivialità che un pasto in famiglia implica, è ormai universalmente riconosciuto che buttare cibo tra le fauci a badilate non sia nemmeno salutare.

TEORIA.
SE è vero che i giapponesi sono uno dei popoli più sani E i giapponesi mangiano con le bacchette, ALLORA mangiare con le bacchette rende più sani.

Mi pare che il sillogismo non faccia una grinza, no?

FATTO.
Lei butta in tavola la proposta indecente: da domani si mangia con i bastoncini. Hashi, in giapponese, o anche Ohashi, dove il prefisso onorifico “o” dice dell’importanza attribuita in patria. Per dare forza alla sua tesi lei argomenta che:

a) 1/3 della popolazione mondiale mangia con le mani, 1/3 con coltello e forchetta e il rimanente terzo mangia con le bacchette, quindi se ci si tiene ad essere open-minded vale la pena provarci;

b) c’è anche chi ha ipotizzato che alimentarsi usando le bacchette aiuti a perdere qualche chiletto;

c) se lei decide che una cosa si fa, a lui non resta altra possibilità che assecondarla (ma questa motivazione non viene pronunciata a voce alta, in quanto renderebbe vano ogni sforzo di lei per convincerlo di aver preso la decisione autonomamente).

Lui sembra persuaso. Comprano le bacchette, studiano un tutorial per apprendere la tecnica perfetta e partono.

Per i primi 10 giorni l’esperimento sembra funzionare: nonostante qualche momento di esasperazione e qualche crampo da ohashi, i tempi di compimento del pasto si dilatano e viene dedicata molta più attenzione a colori, profumi, sapori di quello che passa il convento, elevando il semplice atto di incamerare calorie a un’esperienza mistica dei sensi. Sì, lo so, i puristi (un po’ lo penso anche io) commenteranno che scofanarsi una trippa alla veneta con gli ohashi abbia del blasfemo facendo notare che tutto ciò ha ben poco di “zen”, ma qui contano le intenzioni, giusto?

CONCLUSIONI.
Dopo un paio di settimane, studia atque exercitia iuvant: le dita si fanno più abili, i crampi spariscono, la capacità di adattamento umana e l’imperiosa necessità di riempire i serbatoi dopo lunga giornata lavorativa fanno scoprire capacità inimmaginabili. Mangiare con le bacchette diventa divertente e, fame chimica permettendo, si impara a

–“vedere a bocca aperta

–Assaggiare a naso

–Mangiare ad occhi chiusi”

E quando, nel tempo, il gesto tecnico si fa più naturale ci si può dedicare alle buone maniere e al rispetto di alcune regole che il galateo degli ohashi impone.

C’è tra di voi qualcuno disposto ad abbracciare questa questa teoria che, volenteroso, si offra per infoltire il campione testato? Si tratta solo di provare qualche giorno a mangiare con gli ohashi (hey, a casa vostra intendo, non usate questa come scusa per recarvi tutte le sera della settimana al ristorante nippocinese… “eh, mi tocca, per amore della scienza”) e poi raccontarmi com’è andata.

[Crediti | Link: Sanpost, Fourhourworkweek, Wikipedia. Immagine: Flickr/Carlos Porto]