di Giulia Caligiuri 12 Settembre 2013
Spaghetti alla bolognese

Non ho bisogno di andare sotto ipnosi per ricordarmi del primo piatto di spaghetti che ho mangiato“.

Crisi.

E non solo per come il food writer americano descrive la sua prima volta, per le parole deliziose che usa (sì, sono leggermente competitiva).

E’ quell’attacco che mi turba: perché io, il primo spaghetti-ricordo, non ce l’ho!

Cosa faccio? Chiudo gli occhi, penso intensamente alla mia infanzia, rievoco i momenti felici a tavola? Faccio prima. Chiamo mia madre e chiedo “Non è che ti ricordi la prima volta che mi hai fatto gli spaghetti, vero?”. Niente.

Spremo le meningi ma credo di essere una delle poche persone ad aver dimenticato quel magico e meraviglioso momento della vita di ogni italiano.

Non infierite, mi sto già vergognando da me.

Come difesa posso dire che, tra gli spaghetti-ricordi un po’ più in là, ne ho uno bene impresso nella mia memoria, con annessi profumi, colori, sapori e sensazioni.

Erano spaghetti aglio, olio e peperoncino.

Un piatto da “grandi”, quello che inevitabilmente segna il passaggio dalla fanciullezza alla meno spensierata età della (quasi) ragione. Sento ancora addosso il garbato profumo di buio di quella mezzanotte del 1998.

Si chiama Angela, la mia signora dello spaghetto. Mi sembrava giusto ricordarlo.

E quella notte, alla mia richiesta di cibo (bambina affamata) si aggiunge quella di mio padre, poi quella di Alberto (marito della Angela) . Vada per un aglio, olio e peperoncino. “Mai provata” penso, ma ne ho sempre avuto il desiderio.

L’odore deciso penetra nel naso. L’aglio si fa spazio in cucina e ti ritrovi a fiutare energicamente, nemmeno fossi un cane da tartufo.

Spaghetti bianchi puntellati di peperoncino e semini giallognoli. L’esaltazione infantile di mangiare finalmente piccante. Forchetta. Rotolo. Bocca aperta. E che diamine, sei una bambina, il permesso di mangiare sgraziato tu ce l’hai!

Ecco lo ricordo così, quel momento, con il verso di chi ciuccia lo spaghetto, rumore che poi non ti verrà più consesso. E le guance tinte d’olio, prove tangibili che gli spaghetti ben conditi possono essere un’ardua impresa, soprattutto a 10 anni.

Ma danno un sacco di soddisfazioni. Quello sì.

Tanto che se qualcuno dovesse chiedermi anche il migliore piatto di spaghetti mai mangiato in vita mia, rispondo, senza ombra di dubbio, quello.

Momento fratelli dell’Internez: qual è il primo spaghetto-ricordo della vostra vita (anche non fosse il primo, si capisce, non sarebbe un problema)?

[Crediti | Link: New York Review of books. Immagine: Copertina di Gourmet, Settembre 1944]