di Carlotta Girola 18 Luglio 2014
Condividere il cibo

Una delle categorie più fobiche del bacillo sono le donne incinta che, loro malgrado, non possono mangiare insaccati durante la gravidanza e devono stare attente a come si lava la verdura (e poi nel dubbio al ristorante non la mangiano). Questo per dire che il terrore del germe cattivo, nel caso specifico quello della toxoplasmosi, serpeggia tra i tavoli di case e ristoranti come se fosse la peste.

E, in questo caso, ne capiamo le ragioni.

Ma questa categoria protetta risulta fobica solo a scadenza, ossia per i fatidici 9 mesi. Poi, invece, ci sono quelli che vivono costantemente nel pre-allarme ebola, per capirci quegli stessi che piuttosto di bere dal tuo bicchiere morirebbero di sete.

Personalmente faccio parte di quella categoria che voi potreste definire di untori manzoniani che non si preoccupa molto della trasmissione del virus o della malattia, essendo invece una sostenitrice accanita della condivisione a tavola.

“Relax guys” perché la mia forchetta è la vostra forchetta, se la volete!

Mi piace assaggiare dai piatti degli altri, non mi fa schifo bere dai bicchieri degli altri (e a volte ci lascio pure il “bacio” di rossetto, lo ammetto), ho passato l’infanzia, l’adolescenza e parte della maturità a bere “un goccio” dalle bottigliette d’acqua degli amici.

Il tutto senza preoccuparmi troppo di igiene e batteri a spasso, semplicemente fidandomi del mio istinto. Sì, perché è anche di istinto che stiamo parlando.

Se siamo seduti al tavolo di un ristorante insieme, se condividiamo 8 ore di redazione davanti al computer, se andiamo ad un concerto insieme è perché mi fido di voi, perché siete miei amici e perché non ho paura di prendere “brutte cose” da voi.

Visualizzate questa scena: arrivate per ultimi ad un aperitivo. I vostri amici sono già seduti e stanno già bevendo. Uno di loro vi sponsorizza un cocktail nuovo fighissimo-buonissimo che non avete mai assaggiato e che, già lo sapete, vi costerà 8 euro. Lo ordinate incrociando le dita o lo assaggiate dal vostro amico?

Ecco: in base alla risposta che avrete dato a questa semplice domanda, potrete capire se siete da una parte o dall’altra della barricata.

Volete le prove del nove?
Avete delle salviettine umidificate in macchina per l’emergenza?
Quando prendete il cono gelato vi incamminate in fuga solitaria per evitare spiacevoli tentativi di lingue impertinenti?
Alle grigliate in giardino vi portate il pennarello indelebile per scrivere il nome sui bicchieri e, se sono di vetro, il vostro lo tenete in mano fino alla fine della giornata?

Ecco, questi sono segnali da ascoltare: sappiatelo, temete il germe e per questo odiate la condivisione.
Io no, io sono temeraria e non lo temo. Sfido la sorte e mi diverto pure.

Chi mi guarda mentre assaggio una patatina stretta tra pollice e indice della mano di un’amica come se stessi commettendo uno sporco reato e, intanto, usa il gomito per schermare il suo piatto dall’invasione eventuale della mia forchetta, allora non è degno di condividere cibo con me e, per diretta conseguenza, non è un mio amico.

Senza cercare di psicanalizzare tutto, qualcuno potrebbe dire che questa mia noncuranza dell’helicobacter dipenda da antichissimi retaggi famigliari. Che ne so, per contrappasso mi piace assaggiare dai piatti degli altri perché sono figlia unica.

Mmm… non ne sono sicura, ma spiego tantissime cose con il paravento della “figlia unica che voleva un fratellino”. Forse avrei voluto condividere con lui il prurito della varicella. Forse.

[Crediti | Immagine: Bon Appetit]

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