logo divella

Caro Dissapore, non è possibile che ogni volta che vengo sul tuo sito mi parli di pasta. Sempre pasta. Solo pasta. Se ti piace la pasta mangia la pasta. Se ti interessa la pasta compra la pasta. E insomma.

Non è colpa nostra se siamo un popolo di pastasciuttari convinti e felici. Se la produzione nel 2012, tanto per inquadrare il fenomeno in due cifre, ha raggiunto il valore-record di 4,6 miliardi di euro, con le esportazioni volate a 1,8 milioni di tonnellate (+1,8% rispetto al 2011).

Giga-numeri che, mentre tutto intorno scende, crescono a un ritmo difficilmente sostenibile. Tanto che in qualche caso il grano nazionale non basta più, bisogna importarlo dall’estero, specie da Ucraina e Canada.

E allora giù polemiche: ma come, la pasta, principale icona del Made in Italy alimentare, fatta con grano proveniente da oltre-frontiera?

A questo punto della storia si innesta il caso Divella, glorioso pastificio pugliese la cui storia inizia nel 1890 a Rutigliano, vicino Bari. Oggi Divella ha 280 dipendenti, 3 stabilimenti e un fatturato di 310 milioni di euro.

Il 30% del grano duro utilizzato per questa mega-produzione non proviene dalle spighe svettanti dei campi pugliesi sfoggiate nel logo del pastificio insieme ai candidi trulli, al mare limpido e alla bandiera italiana, bensì dalla lontana Ucraina.

Allora quel logo dev’essere cambiato.

Secondo la legge che regola l’etichettatura dei prodotti alimentari dal 2011, il tricolore presente del logo può fuorviare il consumatore, il grano non è 100 per cento italiano, allora bisogna levare il tricolore, forse anche gli altri simboli italiani.

Come se non bastasse, il Corpo Forestale dello Stato, competente in materia di frodi alimentari, sta ispezionando gli stabilimenti del pastificio per verificare che venga applicata la legge sull’origine dei prodotti alimentari.

Più che vigorosa, la reazione dei produttori è stata una specie di tsunami.

Paolo Barilla ha detto che la legge italiana è intempestiva perché, pasta a parte, i produttori “vendono lo Stile Italia”, cioè la ricetta, l’idea di saper fare la pasta, non la provenienza degli ingredienti.

E così, togliendo il tricolore dal lodo Divella, è come se il Paese scendesse in guerra contro le sue aziende migliori.

Dall’altra parte, quella dei consumatori, c’è chi parla di “lobby della pasta” e rivendica il sacrosanto diritto alla trasparenza.

Chi ha ragione in questa accesa zuffa nata su una lettura opposta del significato di Made in Italy?

E soprattutto, cosa significa Made in Italy quando parliamo di pasta? Provenienza della materia prima o creatività e maestria tipicamente italiani?

[Crediti | Link: Corriere]

commenti (45)

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  1. Avatar Paolo ha detto:

    Significa una cosa sola: pubblicare come “notizia” un fatto che e’ aggiornato come le previsioni del tempo per il Ferragosto 1938.
    Perché Le statistiche di import/export e produzione nazionale dei grani duri sono disponibili da sempre, e (anche senza volere fare la fatica di cercarle in proprio), basta domandare ad uno studente del primo anno di Economia, in cambio di un trancio di pizza di Bonci (Bonci? non avevo ancora nominato Bonci?)
    Farne ora, A.D. 2013, una “notizia”, richiama davvero il caldo afoso del 29 luglio. Sempre con il massimo rispetto.
    Diciamo cosi’: e’ come accorgersi oggi che l’ex ministro Calderoli e’ “un attimino” intollerante verso chi non e’ nato in Val Brembana.

    1. Avatar Federica Gemma ha detto:

      Arrivo io per Bonci! Scherzi a parte, la notizia è attualissima tant’è che è di oggi la replica del patron Divella sul polverone del logo raffigurante i trulli e la bandiera italiana :”Poi, io la bandiera italiana non la metto per quello che sta dentro la pasta, ma perché produco in Italia e sono italiano, quindi ho diritto a metterlo, come metto i trulli perché io produco in Puglia e i trulli sono il simbolo della Puglia nel mondo intero” Ecco, qui c’è dibattito

  2. basterebbe chiedere a gran voce la tracciabilità dei grani, e su tutta la filiera di lavorazione.

    1. Avatar Federica Gemma ha detto:

      Mi sa che ne vedremmo delle belle..

  3. i grandi marchi devono per forza e in ogni caso usare anche grano estero.
    non c’è abbastanza grano duro italiano per tutti (le stime dicono che ne manca circa il 30% rispetto al consumo nazionale)

  4. Avatar Marco ha detto:

    Ne parlava report in una puntata del 2002 (quindi 11 anni fa!!) e la stessa storia vale per altri marchi italiani, vedi ad esempio Barilla o De Cecco, che dichiarano apertamente che i loro grani non sono solo italiani. E considerando il quantitativo di pasta prodotta dai marchi più noti sinceramente mi stupirei del contrario: può darsi che altri marchi meno conosciuti o con mercati più piccoli riescano a fare una pasta con solo grano italiano, ma credo che tutti i grandi produttori importino parte della farina da europa o america. In ogni caso se il grano (ma più in generale qualsiasi materia prima per altri prodotti) è buono non vedo dove sia il problema.

    1. Avatar Marco ha detto:

      Aggiungo solo che la stessa divella ha più volte dichiarato che non usa solo farina italiana quindi non possiamo dire che abbia tenuto nascosta la notizia: ad esempio in questa intervista di più di 2 anni fa parlavano delle farine usate dicendo apertamente che il 60% della farina da loro usata è italiana, il restante 40% importata.

    2. Avatar Federica Gemma ha detto:

      Richiamo un pezzo dell’articolo: Secondo la legge che regola l’etichettatura dei prodotti alimentari dal 2011, il tricolore presente del logo può fuorviare il consumatore, il grano non è 100 per cento italiano, allora bisogna levare il tricolore, forse anche gli altri simboli italiani.
      Il problema oltreché essere la provenienza del grano qui si fa formale, sul logo

    3. Avatar Marco ha detto:

      cioè, c’è una legge del 2011, la divella (310 milioni di fatturato!) da anni dichiara che non usa solo farine italiane e se ne accorgono solo ora?
      in ogni caso ben venga la tracciatura di prodotti e materie prime anche se per quel che mi riguarda non è quasi mai un parametro per la scelta di un marchio piuttosto che di un altro: uno dei pochi che controllo è il latte, in quel caso EVITO con cura quello italiano.
      e, come ha già detto qualcun altro, se la legge fosse così gran parte dei vanti italiani sarebbero costretti a togliere la nostra bandiera.

  5. In questo stesso sito se qualcuno proponesse di fare del vino italiano con uva francese o del Marocco verre bbe impalato ma non ci si scandalizza se si mette grano non italiano nella pasta. Basta chiamare le cose con il loro nome. Fare una linea di prodotti con solo grano duro italiano e dichiararlo. Non lasciare intendere che si tratta di prodotto italiano e invece si tratta di miscele con grani di dubbia qualita’ , basso prezzo. Ci sono molte esperienze di filiera corta e certificata, pasta di ottima qualita’ a prezzi buoni, ma devono competere sul mercato con concorrenza sleale.

    1. Di grazie, perchè i grani esteri sarebbero di dubbia qualità e basso prezzo? Ma scherziamo?

    2. eccone un’altro, ma davvero pensate che per il solo fatto di essere coltivato in italia il grano sia migliore? ma state scherzando? chiunque nel settore di può dire che più speso che no è esattamente il contrario. certo, poi ci sono anche produzioni eccellenti, e produzioni buone ma la realtà è che da sempre, SEMPRE, siamo importatori di materie prime che TRASFORMIAMO. E’ qui il made in italy. il grano è una commodity della quale siamo deficitari e quindi lo importaimo a bizzeffe (dal 30 al 40% annuo di media, guardate i dati ISMEA). Lo stesso dicasi per il latte e per tante carni. Comunque solo in un paese bischero come il nostro si fa una roba come questa a Divella (non mi piace molto la sua pasta ma rispetto l’impresa) per una bandierina sulla confezione! Barvi, lasciate che le bandierine italiane le mettano i produttori del wisconsin o del mato grosso, che paese di imbecilli!

    3. La presunta superiorità dei prodotti alimentari e delle materie prime nazionali su quelle estere è ridicola. Le imprese chiudono ma sotto il caldo, più che in ogni altro momento dell’anno, noi italiani subiamo il fascino irresistibile del primo della classe: giù a infangare aziende che malgrado tutto producono, mantengono degli standard di settore, si rinnovano e -giusto di straforo- dànno lavoro a migliaia di persone.

  6. Non entro nel merito del livello e sulla costanza qualitativa del grano italiano rispetto ad altri perche’ e’ una battaglia persa. Ancora una volta ricordo che la grandezza dei pastai italiani (come amava ripetere mio nonno nato nel 1800) e’ nel saper scegliere i migliori grani nel mondo, non solo nel trafilarla…
    Detto questo trovo allucinante che debba togliere la bandiera italiana, perche’ ad esempio allora i gianduiotti non sono italiani??? O sono fatti con cacao coltivato nelle foreste tropicali piemontesi? 🙂

    1. Concordo pienamente.
      E il caffè Illy cos’è prodotto utilizzando bacche coltivate nelle Alpi??

    2. Avatar Mau ha detto:

      SIamo in due a pensarla allo stesso modo sull’Illy. Anche a me non è mai piaciuto! 🙂

    3. Bravo Mansi, chapeau! apprezzo la sua pasta e anche i suoi interventi, tanto più quanto sono signorilmente a difesa, non di un concorrente, ma del settore stesso. Se il legislatore continuerà a scriveere boiate sotto dettatura della coldirretti i risultati saranno sempre e solo questi, c**** e perdite di tempo per l’amministarzione pubblica e per le aziende. E guardaate che siamo arrivati a contestare in etichetta le foto del formaggio con insalta e pomodoro perchè richiamerebbe surrettiziamente la bandiera nazionale! ma con che c*** la fai una caprese, con pesche e gianduiotti per non richiamare il tricolore? Solo in questo disgraziato paese che importa tonnellate di ogm e fa finta di nulla, salvo fare un decreto che più bischero non si può, possono verificarsi queste cose. E giù perdita di tempo e soldi, senza chiaramente nessun vantaggio per il consumatore, intendiamoci.

  7. Anche grosse aziende nel settore moda importano materie prime dall’estero (alcune inevitabili, come il cashmere), eppure c’è il Made in Italy!
    Concordo con Marco, se la qualità è comunque buona non vedo nessun problema, anche perchè, se mangiamo più grano di quanto ne produciamo o riduciamo il consumo (cosa impossibile) o importiamo.

  8. Io non ho nessun problema con le materie prime importate, ho dei problemi (e mi viene l’urticaria) con le materie prime importate e spacciate per italiane! Io non sono contro l’importazione, infatti come qualcuno ha fatto notare prima è l’unica via possibile quando il consumo supera la produzione nostrana! Vorrei, però, un’ importazione controllata, nel senso che la qualità, e non il prezzo, deve essere l’ago della bilancia sul comprare o meno delle materie prime da usare per i prodotti con il marchio “made in Italy”. Solo in questo modo il consumatore non viene raggirato come spesso succede. Non deve essere solo una questione legata al prezzo, ma piuttosto deve diventare una questione legata alla qualità e credo che le polemiche come questa del tricolore non siano d’aiuto, anzi, credo che abbiano solo il compito di sviare l’attenzione dalla questione centrale.

  9. Vivo in una regione, la Sardegna, dove uno dei prodotti tipici è la Bottarga di muggine. La richiesta è talmente elevata che il 98% della produzione di bottarga viene fatta utilizzando materie prime provenienti dall’estero. L’utilizzo di pescato locale permette la produzione di qualche tonnellata di Bottarga, a malapena sufficiente per soddisfare il fabbisogno di qualche piccolo paese. Fatta la premessa devo ammettere che l’utilizzo di materie prime estere non compromette minimamente la qualità e la bontà del prodotto finito, che rimane sempre un prodotto d’eccellenza ottenuto dal sapiente utilizzo del sale marino unito al clima locale e ai tempi di stagionatura.

  10. scusate il basso livello del mio intervento…nulla contro il grano estero, per carità, ma spiegatemi perché se mangio la pasta Gentile, Setaro, Latini e un altro paio, ho le visioni mistiche e con la Barilla no…va bene, mi direte che quella non è pasta da supermercato. Meglio un altro esempio: provate la pasta Valle del Grano (si trova al supermercato appunto), non raggiunge il livello delle precedenti ma vi assicuro che una volta provata piuttosto che comprare Divella, Barilla e similari, si digiuna. E da quello che so, è made in Italy al 100%. Faccio presente di averla definita ottima, la migliore, prima di sapere la provenienza del grano. Fate voi

    1. secondo me oltre alla provenienza del grano quello che fa molto è:
      1) la sua qualità
      2) come è stato stoccato e mantenuto
      ma soprattutto 3) il metodo di lavorazione

      cioè per fare un esempio semplice, a parità di grano Barilla non potrebbe mai produrre la pasta Gentile mentre Gentile con il grano di Barilla ci farebbe una pasta sicuramente più buona (tieni conto che Barilla rispetto a Gentile è praticamente una pasta pre-cotta).
      Martelli per esempio usa grano canadese ma fa una pasta più che discreta mentre ci sono anche marchi 100% grano italiano che fanno pasta quasi indecente. Non c’è solo grano estero o grano nazionale, bisogna vedere CHE grano estero e CHE grano nazionale.