di Giorgia Cannarella 29 Luglio 2013
logo divella

Caro Dissapore, non è possibile che ogni volta che vengo sul tuo sito mi parli di pasta. Sempre pasta. Solo pasta. Se ti piace la pasta mangia la pasta. Se ti interessa la pasta compra la pasta. E insomma.

Non è colpa nostra se siamo un popolo di pastasciuttari convinti e felici. Se la produzione nel 2012, tanto per inquadrare il fenomeno in due cifre, ha raggiunto il valore-record di 4,6 miliardi di euro, con le esportazioni volate a 1,8 milioni di tonnellate (+1,8% rispetto al 2011).

Giga-numeri che, mentre tutto intorno scende, crescono a un ritmo difficilmente sostenibile. Tanto che in qualche caso il grano nazionale non basta più, bisogna importarlo dall’estero, specie da Ucraina e Canada.

E allora giù polemiche: ma come, la pasta, principale icona del Made in Italy alimentare, fatta con grano proveniente da oltre-frontiera?

A questo punto della storia si innesta il caso Divella, glorioso pastificio pugliese la cui storia inizia nel 1890 a Rutigliano, vicino Bari. Oggi Divella ha 280 dipendenti, 3 stabilimenti e un fatturato di 310 milioni di euro.

Il 30% del grano duro utilizzato per questa mega-produzione non proviene dalle spighe svettanti dei campi pugliesi sfoggiate nel logo del pastificio insieme ai candidi trulli, al mare limpido e alla bandiera italiana, bensì dalla lontana Ucraina.

Allora quel logo dev’essere cambiato.

Secondo la legge che regola l’etichettatura dei prodotti alimentari dal 2011, il tricolore presente del logo può fuorviare il consumatore, il grano non è 100 per cento italiano, allora bisogna levare il tricolore, forse anche gli altri simboli italiani.

Come se non bastasse, il Corpo Forestale dello Stato, competente in materia di frodi alimentari, sta ispezionando gli stabilimenti del pastificio per verificare che venga applicata la legge sull’origine dei prodotti alimentari.

Più che vigorosa, la reazione dei produttori è stata una specie di tsunami.

Paolo Barilla ha detto che la legge italiana è intempestiva perché, pasta a parte, i produttori “vendono lo Stile Italia”, cioè la ricetta, l’idea di saper fare la pasta, non la provenienza degli ingredienti.

E così, togliendo il tricolore dal lodo Divella, è come se il Paese scendesse in guerra contro le sue aziende migliori.

Dall’altra parte, quella dei consumatori, c’è chi parla di “lobby della pasta” e rivendica il sacrosanto diritto alla trasparenza.

Chi ha ragione in questa accesa zuffa nata su una lettura opposta del significato di Made in Italy?

E soprattutto, cosa significa Made in Italy quando parliamo di pasta? Provenienza della materia prima o creatività e maestria tipicamente italiani?

[Crediti | Link: Corriere]

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