di Carlotta Girola 18 Luglio 2014
cameriere

Ieri sera con le mie amiche siamo uscite a cena per provare quel ristorante nuovo in centro. Lunghissima e sincopata chat di gruppo su WhatsApp per decidere la destinazione, ma alla fine era d’accordo anche M., unica vegetariana del gruppo. È andata così: il gruppo rinominato “Stasera” è attivissimo e partecipe alla discussione. Dopo qualche minuto guardo il telefono e ho di nuovo 37 notifiche dalla chat, leggo velocemente e mi sfugge che l’incaricata alla prenotazione è R., quindi nel pomeriggio che faccio? Evidentemente ri-prenoto, all’insaputa del poverino che prende due prenotazioni diverse per lo stesso gruppo.

Ore 20.45: arriviamo al ristorante e scopriamo di aver prenotato due tavoli. Tra noi scatta la risata compagnona.

Invece il cameriere pensa: “ho mandato via quelli che volevano un tavolo per sei. Colpa di ‘ste sciroccate!”

Ore 20.55: sedute al tavolo. M. scrive sms di avvenuto sit down al fidanzato, C. continua a raccontare dell’aneddoto di sua cugina macchietta, le altre starnazzano un po’ guardandosi in giro, tipo “che brutto quello specchio, io avrei messo una mensola”, oppure “la cucina a vista è sempre gradita”…

Il cameriere ci ronza attorno poi ci chiede che acqua vogliamo. Sarebbe troppo lunga da spiegare, ma io e le mie amiche abbiamo in sospeso vecchie esilaranti storie sull’acqua frizzante, quindi qualcuna inizia a ridere dicendo “gasata”, il cameriere segna, ma ovviamente è solo uno scambio di battute tra noi. Lui cancella, segna “liscia” e pensa “ma queste?”

Ore 20.58: il cameriere ci porta i menu, al nostro tavolo intanto è scattata l’ora del gossip e, cercando di capire chi-ha-fatto-cosa-dove-con-chi, è d’obbligo la connessione con la moderna Stasi: Facebook. Incrociamo i profili sui telefonini e sparliamo di tutti, uno dei capisaldi del post aperitivo lungo.

Il cameriere, con fatica, riesce ad elencare i piatti del giorno non in carta. Il suo pensiero: “Non mi ascoltano. Dovrò ripeterli almeno altre 4 volte”.

Ore 21.10: Torna il cameriere per prendere le ordinazioni, ma noi ovviamente abbiamo preso la deriva spinta dei rumors e non abbiamo ancora scelto. “Puoi tornare tra cinque minuti?” chiediamo al cameriere.

Lui: “certo”, nella sua testa “queste qui non mi piacciono.”

Ore 21.18: Il cameriere ci riprova, viene invitato a ripetere due volte i piatti fuori lista (la prima a un capo del tavolo, la seconda dall’altro capo: lo starnazzo è abbastanza violento stasera in effetti) e poi finalmente ordiniamo. Un momento molto difficile: M. si sincera che i piatti vegani siano veramente vegani, C. chiede spiegazioni di ingredienti e cotture, R. è indecisa, Y. chiede la variante senza formaggio, S. vuole “quello che non era in carta” e io ordino. Naturalmente nessuna aveva buttato l’occhio per avventurarsi nella carta dei vini, quindi bisogna farlo in tempo reale sotto lo sguardo del cameriere che inizia ad assumere espressione rassegnata. Totale: quasi 10 minuti per 6 ordinazioni.

Riflessioni del cameriere: “magari lascio al tavolo una carta, così per scegliere i dolci si portano avanti e non ci mettono una settimana.”

Ore 21.21: Ci portano il vino. Solito teatrino, dove le mie amiche indicano me per assaggiarlo. Non faccio in tempo a portare il bicchiere alle labbra, che via di aneddoti di quella volta della sbronza colossale di Falanghina, quando M. e S. hanno finito la serata da sole sulla panchina.

Il cameriere sembra un po’ infastidito dai nostri amarcord. Perché? È una storia così divertente! Nel frattempo, nella sua testa: “Sì, sì, che gran ridere. Ma il vino va bene o no?”

Ore 21.37: Arrivano i nostri piatti. Che nessuno si muova: una scatta la foto della sua scelta per il fidanzato, l’altra lo posta subito su Facebook, un’altra ravviva “sta luce da morti” con gli strumenti di Instagram.

Il cameriere, un po’ frastornato dalla nostra social-iperattività sta fermo sulle sue gambe per 4 minuti buoni cercando di spiegarci qualcosa. Non ci riesce. Con la coda dell’occhio lo vedo andare via sconsolato. “Fanno raffreddare tutto a suon di smartphone. Che poverine.”

Ore 22.16: Tempo di dessert. Ovviamente come gallinelle in libera uscita si sta ridendo di qualcuno, quando il nostro cameriere arriva al tavolo e, memore della scelta precedente, ci fa a voce l’elenco infinito dei dolci che somiglia ad una filastrocca. Facce perplesse. Qualcuna procrastina la scelta, facendo finta di smanettare col telefono. Io ordino il tiramisù, le altre si scambiano opinioni su un’ipotetica classifica dei dessert disponibili. No, io cambio idea: meglio solo un po’ di ananas. No, anzi, ancora meglio il semifreddo al Moscato. Anzi, facciamo così, prendo la crostata al cioccolato che mi piace sempre. No, però l’ho mangiata ieri. Il cameriere mi guarda con aria di sufficienza mentre gli propino il mio stream of consciousness del dessert. Cambio un’ultima volta e scelgo il gelato. Più o meno accade la stessa cosa anche alle mie amiche, una dopo l’altra. E quando lui ha preso nota di tutto, ecco la vocina della coscienza sottoforma di dubbio collettivo. “No, va beh, io salto, sono a dieta.” Per farla breve cancelliamo tutti gli ordini dei dessert e passiamo al caffè.

Il cameriere gira i tacchi, potrei sbagliarmi ma gli ho sentito dire con un filo di voce: “’ste stronze…”

Ore 22.54: Ci portano il conto, senza battere ciglio. “Che facciamo gli lasciamo la mancia?”: l’indecisione dura pochissimo, fino a che M. sentenzia “no! Non ha fatto un sorriso in tutta la sera!” E, invece della mancia, il nostro cameriere si ritrova sul tavolo un’installazione d’arte contemporanea fatta di palline di molliche di pane, anellini spezzettati di tappo della bottiglia e tovaglioli di carta a striscioline (personalmente ne sono campionessa mondiale.)

La sua faccia, stavolta, immaginatela da soli.

A volte è difficile essere cliente. Altre volte il codice penale dovrebbe tollerare il femminicidio collettivo al ristorante, ne sono cosciente.

E comunque, tutti dovrebbero fare il cameriere almeno per un mese, prima di essere autorizzati a mangiare in un ristorante.

[Dedicato a tutti i camerieri che quando vedono arrivare un tavolo di sole donne si fanno un segno della croce preventivo].

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