Italobox: Eataly non ci ha restituito il piacere di mangiare in treno, a quanto pare

Se ne parla, se n’è parlato parecchio perché tutti noi assidui frequentatori di treni che al disperato richiamo della fame, dovevamo fino a ieri rispondere con un miserabile tramezzino preconfezionato o con i primi precotti della carrozza ristorante di Trenitalia, oggi possiamo degustare il box che Eataly, catena di megastore del gusto, ha studiato per […]

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Se ne parla, se n’è parlato parecchio perché tutti noi assidui frequentatori di treni che al disperato richiamo della fame, dovevamo fino a ieri rispondere con un miserabile tramezzino preconfezionato o con i primi precotti della carrozza ristorante di Trenitalia, oggi possiamo degustare il box che Eataly, catena di megastore del gusto, ha studiato per Italo.

Meraviglia delle meraviglie! Non ci si deve nemmeno slogare la caviglia transitando di carrozza in carrozza per andarselo a prendere. I moderni stewart e hostess patinati di Italo, vago ricordo dei seriosi controllori, si occupano di servirti comodamente al posto.

Un sogno divenuto realtà, se solo questa fosse la realtà.

Viaggio su Italo da Milano a Roma il 31 ottobre nella carrozza cinema (l’unica disponibile), di poco mal disposta nei confronti dell’umanità per la proiezione forzata e obbligatoria di “Benvenuti al Sud”. Al controllo del biglietto chiedo alla gentile hostess se è possibile mangiare e cosa. Dice lei che si può ordinare uno spuntino salato o dolce, oppure un vero e proprio “pasto”. La fame delle 21 impone salato, chiedo cosa c’è nello spuntino salato. La signora risponde “un panino alle patatine e una bibita”. Capisco, perché sono disponibile all’interpretazione autonoma, che si tratta di panino, una bibita e un sacchettino di patatine. Rinuncio al panino e chiedo numi sui “pasti”. Le porto il menù – dice. Ok, grazie molte – dico.

Dopo un’ora e mezza circa torna con i menù (erano passate quasi 2 ore dall’inizio del viaggio, che in totale dura 3 ore), ma c’era di mezzo un bel ponte, molti giorni di vacanza, io ero di buon umore e ben disposta nei confronti dell’umanità. Mi porge il menù e mi dice mentre leggo “purtroppo delle tre scelte – il gustoso, l’orto, il tagliere – è rimasto solo l’orto.” Ordino l’orto senza troppo approfondire, Eataly mi rassicura a priori e la fame si è già impossessata di me da tempo.

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Dopo poco arriva la scatolina ecosostenibile da 18 euro. Apro. Davanti a me, tre micro vasetti, una bottiglia d’acqua, 2 pacchettini di crackers e simili. Contenuto specifico: vasetto di crema di Bra tenero D.O.P., vasetto di zuppa di ceci alle erbette Ursini, micro vasetto di purea di albicocca “i 7 nanetti”, sacchettino di lingue di pane, sacchettino di grissini, acqua Lurisia. Il tutto a temperatura gelida.

Risultato: la crema di formaggio divenuta insapore e difficilmente spalmabile, zuppa di ceci sofferente, compatta e freddissima, purea di albicocche ottima forse perché meglio sopporta il freddo. Alla fine del pasto ho freddo, molta fame e dopo molte creme, cremine, cremette, tanta voglia di addentare qualcosa di sostanzioso da mettere sotto i denti.

Il leaflet che mi rimane in mano contenuto all’interno del box dice allegro in un giorno di autunno inoltrato “Più scelta con i menù estivi!” e recita “i menù orto includono anche scelta tra due vini della cantina Eataly e un caffè espresso Illy.” Che io non ho mai visto e che insieme a un plaid a quadri sarebbero stati la mia salvezza, il mio calore. Mi viene il dubbio del classismo e controllo. Tana! Ai poverelli della classe Smart niente vino, né caffè per un vantaggioso risparmio di 2 euro. Cioè il menù Orto completo di caffè e vino in Prima Classe costa 20 euro.

Mi viene voglia di protestare: per la scelta surreale e cremosa del menù, per la temperatura che rende sgradevoli anche prodotti che forse ad una condizione termica adatta sarebbero stati buoni, per l’inefficienza del servizio che comporta nel mio caso molta attesa e zero possibilità di scelta e anche per il prezzo, perché non posso spendere 18 euro per ciò che viene definito “pasto” e scendere dal treno con i morsi della fame.

Quindi rimaniamo, noi viaggiatori di treno, impigliati nel solito buco nero, nella foresta della disorganizzazione, che ci impone la poco pratica ed elegante schiscia, il fonzies puzzolente, il “Capri” by Autogrill, le patatine maleodoranti di McDonald’s o un più dignitoso digiuno.

A voi com’è andata con il cibo sul treno? Mai provato le Italobox? Suggerimenti da inviare agli amici Montezemolo e Farinetti?

[Crediti | Link: Dissapore, immagini: Cristina Scateni]

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