di Adriano Aiello 11 Dicembre 2013
Pizza di Picard

Quando la giornata è particolarmente dura e opprimente si rischia di cercare calore perfino in una catena di surgelati. Non è autocertificare una depressione, quanto ammettere una curiosità che mi assale da mesi. Più o meno da quando vedo il panorama urbanistico milanese proliferare di punti vendita di Picard.

Picard?

Parlo dell ‘ex filiale del gruppo Carrefour, ora sotto Lion Capital, che conta 300 esercizi, di cui 39 in Italia. Sul sito scrivono essere “il negozio più amato dai francesi”. Preferisco non crederci. 

A pensarci bene, tra le mie infinite curiosità gastronomiche la surgelateria (?) non ha mai rivestito un ruolo di rilievo, benché la portata involontariamente sociologica di questi luoghi – ampi, bianchi e algidi come una sala di autopsia – abbia il suo fascino perverso. Spero solo di non iniziare a far parte della schiera di disperati che popolano le metropoli.

Abbattendo la mia gastropedanteria e le origini napoletane, opto per una pizza (ci accompagnerò delle irricevibili olive ascolani per puro masochismo compulsivo), vagamente intrigato dal packaging dedicato al 150°annniversario dell’unità d’Italia. Omaggiata dal nuovo gruppo d’investitori guidati da Lion Capital. Con un po’ di ritardo. Non ci formalizziamo.

Pizza di Picard

Leggo gli ingredienti alla ricerca di un impossibile legittimazione che plachi la dissonanza della mia decisione. Sono infiniti. Ne ottengo il risultato contrario: lo sgomento. Per fortuna non scrivono “lievitazione naturale”, “pasta madre” e tutto il campionario di marketing a uso e costume delle nostre debolezze. Proviamo la capricciosa. Sempre meglio accumulare condimenti in una pizza surgelata.

Andiamo tutti di fretta al Picard: io, l’uomo malandato che odora troppo di vino di discutibile qualità, la signora con lo sguardo assente e i fianchi molto larghi, la cassiera inutilmente ottimista. Non ci parliamo, non è previsto dal codice.

E la pizza? Qui arrivano le sorprese, per quanto relative, ci si intenda. In un panorama normale o ideale non la iscriveremo nella categoria: un pizza surgelata non ha nessuna dignità gastronomica. Quella di Picard è comunque mangiabile. Più dei tanti bagagli egiziani d’asporto che attentano la nostra penisola.

La limitata conoscenza della concorrenza non mi permette una comparazione approfondita ma azzarderei che la pizza surgelata di Picard si assesti sui livelli più alti della categoria. Aggredita coi 250 gradi del forno domestico per 5 minuti ne esce esteticamente vincente, con anche una parvenza di cornicione croccante all’esterno e morbido all’interno.

In bocca è impossibile gridare al miracolo: i sapori sono confusi e poco eleganti, gli ingredienti rivedibili, ma la cottura smarca abilmente l’effetto biscotto (tipico di Buitoni) e il boccone scivola giù senza sussulti ma nemmeno difficoltà particolare.

Finisco sazio, non appesantito e un po’ interdetto. Recupero quello che rimane dell’immagine preferenziale che ho di me stesso abbinando il pasto al Verdicchio di Corrado Dottori. La modernità è fatta di spinte contrastanti.

Purtroppo non ricordo a chi attribuire la citazione.