Per allenare il vostro cervello in lento risveglio dal letargo vacanziero, oggi propongo un argomento scottante quanto la cipolla fondente dello chef Salvatore Tassa: il rapporto prezzo/felicità, più convenzionalmente noto come qualità/prezzo. Seguitemi, non ve ne pentirete.

Tempo fa ho avuto la ventura di assistere ad un’accesa discussione tra due amici appassionati di vino, Mr Tale e Mr Bano. Causa del diverbio, ancora oggi distante dall’essere risolto, è una bottiglia di vino da 500€, il cui rapporto qualità/prezzo veniva giudicato conveniente da uno e svantaggioso dall’altro.

Mr Tale sosteneva che, visti i requisiti, una bottiglia di vino da €500 può senza dubbio avere un ottimo rapporto qualità/prezzo. Mr Bano si opponeva con vigore, affermando che per quella cifra fare discorsi di Q/P è piuttosto ridicolo. E con enfasi puntuta dichiarava: si considera la relazione tra questi due parametri, tanto cara a copyrighter e marketing manager, nell’ottica del basso costo e della (presunta) qualità dei beni, non come etichetta per prodotti di lusso. Una bottiglia di vino da €500, per quanto superba possa essere, è ahinoi molto lontana dall’essere un bene del vivere quotidiano e per questo non ha alcun senso parlare di rapporto qualità/prezzo. Al massimo di un buon affare.

Ma cosa significa “qualità”? Secondo i redattori della norma ISO 9000 del 2005 (Fondamenti e Terminologia) la giusta definizione è questa: “Qualità è il grado in cui un insieme di caratteristiche intrinseche soddisfano i requisiti”. Sulla base delle aspettative, aggiungo io. E quando è possibile parlare di buon rapporto Q/P ? Per chiarirci un po’ le idee facciamo degli esempi:

– Nel 2010, durante le “Settimane del gusto” patrocinate da Slow Food e rivolte ai giovani sotto i 26 anni (perchè-a-noi-trentacinquenni-senza-una-lira-non-ci-pensa-nessuno), si potevano mangiare 6 piatti cucinati da Heinz Beck alla prestigiosa Pergola del Rome Cavalieri con soli 100€, quando normalmente il menù con lo stesso numero di portate costa 190€. Per qualcuno questa sarebbe stata un’esperienza ad altissimo rapporto Q/P.

– Un hamburger da McDonald’s costa in offerta 1€. La qualità è quella che ci aspettiamo. Si può parlare di buon rapporto Q/P?

– Io credo che, spendere 25€ circa da Tonda, nuova pizzeria di culto aperta dagli stessi proprietari di Sforno in zona Montesacro a Roma, in cambio di una pizza ottima, trapizzini al piatto (si quelli di 00100), ampia gamma di birre artigianali e supplì da urlo, sia senza dubbio un’esperienza dal vantaggiosissimo rapporto Q/P. Ma per chi mangia a 9€ pizza e birra al Formula1 di San Lorenzo, forse no.

– Un litro di Olio extra vergine di oliva ROI ottenuto dalla prima spremitura a freddo con macine di pietra costa € 9,50. Carapelli, Monini, De Cecco e altri GDO di medio livello, circa €6. Quale prodotto ha il migliore rapporto Q/P?

E via così.

Possiamo spiegare definitivamente cosa si intende per rapporto qualità/prezzo e in quali occasioni è giusto tenere conto di questo valore? Dai, possiamo?

[Crediti | Link: Wikipedia, Settimane del gusto, Tonda, 00100, immagine: Stockphoto]

commenti (32)

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  1. Io sono molto più d’accordo con Mr. Bano. Oltre certe cifre, che io personalmente identifico con il costo di mercato privo dei vergognosi rincari dei dettaglianti, non ha senso parlare di qualità/prezzo.

    L’esempio che faccio sempre è il seguente: l’oro ha un costo fisso, dettato dalla sua quotazione.

    Se vado da Tiffany e pago 10 volte tanto il suo valore perché c’è scritto Tiffany, per me è sempre un furto.
    Il rapporto qualità prezzo ci sarebbe se pagassi il prezzo di mercato, non il prezzo di marketing.

    Stessa cosa per una bottiglia di vino, per un pacco di pasta o per un piatto realizzato con materie prime di cui bene o male conosco il costo.

    Farmi pagare un risotto allo zafferano 25 euro è un furto. Potrà essere anche il risotto più buono del mondo (che resta comunque un concetto relativo), ma non avrà mai quel valore di mercato, a meno che non si tratti dell’ultima pianta di riso esistente sul pianeta o dei pistilli di zafferano più rari dell’universo.
    Ma vorrei proprio vedere.

  2. Per scelta – comoda, che tanto non potrei andare molto oltre – non compro mai bottiglie oltre i € 50,00 . Mi perdo molto, lo so. Ma temo che il mio palato assai grezzo non riuscirebbe a distinguere le sublimi vette di bottiglie da centinaia di euro.
    Ci sono ristoranti in cui non metto più piede, e “postacci” in cui non vedo l’ora di tornare. Ma bisogna sempre provare.

  3. Avatar Carlo A. ha detto:

    E’ una discussione un pò inutile : Karl Marx aveva già chiarito la distinzione tra valore d’uso e valore di scambio. Per valore d’uso (banalizzo) si può intendere l’utilità di un bene ..il valore di scambio, invece, è dato dai rapporti sociali…la bottiglia di 500 Eu sicuramente non ha un valore d’uso di 500 eu, ma se c’è al mondo un numero sufficiente di persone disposte a pagare 500 eu per quella bottiglia, il prezzo sarà determinato dal valore di scambio…questa è l’economia capitalistica…di che ci lamentiamo?

    1. Avatar Mimma71 ha detto:

      … E con questo commento direi che il Forum è praticamente chiuso 🙂 …. dovevi esserci tu a parlare con Tale e Bano 🙂

    2. Avatar Nicola ha detto:

      ahah, grandi. Marx a parte, leggendo il tuo intervento confuso non ci vedo completa aderenza con la discussione.

  4. Avatar dink ha detto:

    Il prezzo che siamo disposti a pagare per un’esperienza è determinata non solo dalla qualità e dalle nostre aspettative, oltre che ovviamente dalle nostre disponibilità finanziare, ma anche dall’unicità della stessa: da un vino da 500 euro non mi aspetto solo altissima qualità (da orgasmo multiplo, visto il prezzo), ma anche che non esista altro prodotto sul pianeta, più economico, che mi garantisca un’esperienza gustativa ed emozionale analoga. Un pranzo da Heinz Beck è un’esperienza abbastanza unica da ritenere 190 euri un prezzo adeguato e 100 un “buon affare”. I 25 euri da Tonda possono essere adeguati a Roma, persino “sottocosto” per Milano, ma credo che un napoletano possa trovare il prezzo comunque eccessivo, proprio perché mangiare un’ottima pizza è un’esperienza che a Milano costa di più e a Napoli di meno. Per quanto riguarda la bassa qualità secondo me ogni prezzo rimane eccessivo: per me mangiare al McDonald è fare un’esperienza equivalente ad una mattonata sulla gengive (è questa la qualità che mi aspetto), quindi anche 1 centesimo sarebbe comunque troppo. Per l’olio EVO a sei euri varrebbe un’altro discorso: si tratta chiaramente di un prezzo di mercato tenuto artificialmente troppo basso e che danneggia chi coltiva e produce olio d’oliva; la qualità va bene per friggere (allora talvolta meglio quello d’arachidi, più economico) e cuocere in padella, ma per condire un’insalata spendo volentieri 3 euro e 50 al litro in più (che per insalata fanno quanto, 10, 20 centesimi di differenza?).

  5. Avatar vinogodi ha detto:

    …il buon rapporto Q/P? Quello che non ti fa bestemmiare (sono cattolico praticante) quando è ora di tirar fuori il portafogli.
    PS: qualche esempio per non far nomi , come mio solito , e sempre riferendomi al vino : comprata , recentemente, bottiglia di Lambrusco Donati a 10 Euro . Quasi sgasato , odori “animali” ad esser benevolo , scomposto , rusticano . Ci sono volte che mi piace , stavolta ho maledetto i soldi spesi , seppur spesa apparentemente risibile . Tre mesi fa , ci siamo bevuti in quattro Romanée Conti 1999 alla modica spesa di mille euro a cranio e per le divinità che ci sono apparse in quell’occasione e per il prezzo oggi “di mercato” davvero starordinariamente favorevole e amichevole da parte dell’esercente , penso di avere fatto uno dei migliori affari della mia vita , come appassionato “all’ultimo stadio” del bere alto … Quindi relativizziamo tutto e lasciamo perdere la pirlata del Q/P , astrazione assolutamente senza senso …

    1. Avatar Sbitull ha detto:

      Escludi che le divinità ti siano apparse ANCHE a causa dell’esborso (1000€ per 1,5 bicchieri)? Quanto incide il pregiudizio sull’esperienza secondo te?

    2. Avatar Ermanno Nuonno di Agnone ha detto:

      Non e’ pregiudizio, ma realta’ di mercato.
      Vinogodi ha ben detto che l’esercente ha applicato un prezzo straordinariamente favorevole – se vuoi comprare oggi una bottiglia 75cl di RC 1999 il miglior prezzo di mercato oggi (Londra, Fine Wines Auctions) e’ di 9.304 sterline mentre in Francia si trova a 10.143 sterline.

    3. Avatar vinogodi ha detto:

      …bevo frequentemente vini ben più rari ( e , ritengo , a volte più buoni ) di Romanée Conti , per cui so cosa bevo , so apprezzarlo e so a cosa vado incontro , consapevole . Il pregiudizio o , meglio , il preconcetto , solitamente l’ho su vini che mi hanno dato tante delusioni , mai tante soddisfazioni . E’ quindi una questione di avere mente sgombra quando si beve e necessaria esperienza , altrimenti sì che si beve l’etichetta…

  6. Avatar Gerritt ha detto:

    Il concetto di Q/P è teoricamente matematica pura. E’ un “rapporto”. Mentre non ci sono dubbi nella parte del denominatore, (prezzo) il problema vero consiste nella valorizzazione del Numeratore: la QUALITA’. Nella valorizzazione della Q subentrano criteri assolutamente personali che fanno variare il rapporto da persona e persona. Usando l’esempio di vinogodi: per il Lambrusco ha valorizzato (immagino) Q=1 e P=10 –> 1/10 mentre per il RC 1999 immagino abbia fissato Q=1000 e P=4000 ottenendo 1/4 che è > di 1/10. Quindi il problema non è Q/P ma la valutazione della qualità..

    1. Avatar vinogodi ha detto:

      …sbagliato . Per RC ho utilizzato il denominatore 2789,3566477384 …

    2. Avatar Gerritt ha detto:

      Non ho capito. 1000 euri a cranio ed eravate quattro. A casa mia fa 4000. Cmq va bene lo stesso. Nessuna polemica.

  7. Avatar actuals ha detto:

    Alcuni spunti:

    Chiamarlo rapporto prezzo/felicità o prezzo/soddisfazione è più onesto che rapporto prezzo/qualità. Molto più onesto (e infatti poco diffuso). Dare il “giusto” prezzo alla propria felicità è più facile che prezzare la qualità. Il lusso non ha un prezzo correlato con la qualità.

    Bisogna sfatare il mito che spendere 25-30 euro per una pizza+birra+supplì da Bir & Fud sia più furbo che spendere 25-30 euro per un drink e due stuzzichini merdosi nel roof garden di un grande albergo del centro. Si tratta solo di due modi diversi di orientare il proprio lusso.

    Personalmente: “A pelle” preferisco chi mi vende il lusso per il lusso a chi mi vuole convincere che è un’urgenza etica, una missione, quella di salvare dall’estinzione il rarissimo riso del Sangala o le quasi introvabili cicerchie di San Andreas. “A papille” però pago il secondo. Così che il rapporto prezzo/felicità finisce per essere sempre molto basso.

  8. Avatar Sara77 ha detto:

    Il prezzo si misura, ma è un numero che sintetizza un’infinità di variabili.
    La qualità si misura? “ni”. Che significa “qualità”? Riguarda le materie prime usate? E’ inerente alla lavorazione/manipolazione di un dato bene? E’ legata alla soddisfazione nel mangiare/usare qualcosa? Mette in gioco l’utilità di quel qualcosa sotto esame? Riveste importanza anche la componente sensorial-sentimentale? etc etc

    Se un termine del rapporto è di dubbia provenienza (sicuramente i soldi spesi provengono dalle proprie tasche, ma non basta sapere questo 😉 ) e un altro termine è impossibile da definire, cessa di esistere il presupposto del calcolo del rapporto!

    Mangiate, bevete e usate secondo il vostro personalissimo buon senso!!!…alla ricerca della propria felicità/soddisfazione!!!

  9. Avatar fabrizio pagliardi ha detto:

    “…. la mia idea di felicità è una bottiglia di chateau Margaux 1868..”
    Karl Marx

    Evidentemente considerava il prezzo di quel vino già allora molto alto un prezzo sensato. O no??

    1. Avatar vinogodi ha detto:

      ..perchè aveva limiti di spesa e non aveva sentito il Latour di quell’anno…

    1. Avatar Ermanno Nuonno di Agnone ha detto:

      Mauro
      La Romanee Conti e’ da sempre considerato il miglior vino in esistenza e la molto limitata produzione( non piu’ di 450 casse X 12 all’anno), nonche’ l’enorme richiesta di mercato, fa’ si che per ogni bottiglia ci siano mille compratori pronti a sborsare fior di quattrini. Anche ai tempi di Karl Marx (quando il concetto di ‘brand’ non esisteva) c’erano differenze in prezzi.