di Adriano Aiello 5 Marzo 2014

Come essere contemporaneamente un vino anticrisi, un vino da convivio e da riunione parentale, un vino da merenda e un vino da rivalutazione accademica. Facile, basta chiamarsi Lambrusco. Poco importa se le tipologie sono disparate e non assimilabili; il concetto rimane.

Altro modo per definirlo? Tipologia storica e ricca di sfaccettature, bevuta ad ettolitri, devastata dal gusto dolciastro imposto dal mercato, svilita nelle sue reali caratteristiche. Che non sono quelle del vinaccio da battaglia, ma nemmeno della perla da riscoprire, che fa molto hipster. Parliamo di un semplice e sincero vino di territorio, che chiama tortelli, salame e chiacchiere scurrili.

La sua rinascita qualitativa segue il percorso di una decina abbondanti di produttori – che semplicemente lo rispettano – e di qualche realtà più industriale capace di interpretarlo senza forzature.

In attesa dei vostri suggerimenti racconto qualche eccellenza (che in tema di Lambrusco significa comunque stare sempre sotto i 10 euro) in modo anarchico e senza pretesa di esaustività. Per quella vi lascio la palla.

1. Lambrusco Maestri. Camillo Donati
Quintessenza dell’approccio naturalista e delle incostanze che ne possono conseguire. Della serie se impatti l’anno giusto – ma anche la bottiglia giusta – godi, ma il rischio che non sia sempre in forma non lo scongiuri mai. Di certo è una bevuta pedagogica, ovvero: dimenticate la boccia ruffiana che sfoggia vostro suocero e il luogo comune che vuole che questo vino vada bevuto a stretto giro con la vendemmia.

Il 2010, per dire, è in ottima forma: ha ancora un bel rubino intenso e una complessità olfattiva importante. E ovviamente scende giù che è un piacere, anche se non è quel tipo di vino “leggerino” che alcuni si aspettano. Le vigne sono a conduzione biologica e biodinamica, in cantina si interviene solo con piccole dosi di solforosa in pigiatura. Costa sugli 8-10 euro.

2. Lambrusco “Radice”. Paltrinieri
Bottiglia di punta di una cantina che racconta da tre generazioni tutto il potenziale del Lambrusco di Sorbara. Siamo a Cristo, crue storica tra Secchia e Panaro e zona più votata in assoluto per il vitigno. Un vino frizzante secco, rifermentato in bottiglia come da antica tradizione, scarico nelle tonalità e freschissimo al naso e in bocca.

Non vi aspettate dolcezze: il tono agrumato è nettissimo e la beva killer. Il 2012 bevuto ultimamente non è l’annata migliore; se riuscite a trovare la 2010 ne vale davvero la pena. Anche qui siamo sugli 8-10 euro.

3. Lambrusco di Sorbara DOC. Cavicchioli
Rimaniamo a Cristo con uno dei prodotti di punta di Cavicchioli, realtà molto conosciuta (assimilabile a Chiarli), che produce un’infinità di etichette dal diverso profilo e fascia economica.

Il loro Sorbara è una sicurezza: caratterialmente si avvicina al “Radice” ma ha un profilo meno selettivo e più vinoso. Costante negli anni e caratterizzato da una sapidità e da una freschezza assoluta. Lo trovate sui 10 euro.

4. Lini 910. Lambusco Scuro
Cantina centenaria del reggiano, nota anche per l’aceto balsamico. Dal mix di Lambrusco Salamino, Ancellotta e Grasparossa esce fuori uno dei vini più democratici, amabili e puliti della zona. Poco alcol, poche bolle e pochi fronzoli. Da provare anche il loro metodo classico, anomalia per la varietà Salamino.

5. Sottobosco. Ca’ de Noci
Un tuffo nella storia per scoprire il Lambrusco di una volta. Sentenza convenzionale, oltre il limite della retorica, ma talmente veritiera che non la si scavalca facilmente. Il Sottobosco è fatto con Grasparossa, Malbo gentile, Lambrusco di Montericco e Sgavetta, viene rifermentato in bottiglia senza solfiti aggiunti ed è il più diretto del lotto: frontale, nervoso, dall’acidità spinta e le durezze evidenti.

Ma è come deve essere e ci si pasteggia che è una goduria. Ho bevuto il 2010 ed è sceso su agile, lasciandomi felice. L’azienda è in conduzione bio dal 1993 e (per chiuderla poeticamente) custodisce tutto il fascino dei grandi segreti autoctoni.

Prima di passare la palla agli emiliani (e non solo) in ascolto, altre citazioni d’obbligo per realtà produttivamente molto diverse, ma qualitativamente importanti, come la Cantina di Sorbara, Cavicchioli, Cinque Campi, Denny Bini, Storchi e Podere Saliceto.

[Crediti | Immagine: Gabriele Nastro/Scatti di Gusto]