di Sara Porro 27 Settembre 2013
Il ruolo della donna nella pubblicità

Ampio spazio l’altro giorno sui giornali alle affermazioni della presidente della Camera Boldrini (non “il” presidente, né la presidentessa, né la Boldrini. Avete preso appunti? So che non è facile stare sempre linguisticamente al passo con il politicamente corretto). La quale lamentava che nelle pubblicità in tv le donne interpretano sempre il ruolo della serva.

E, in effetti, quando si tratta di casa – alimentari, prodotti per la pulizia, elettrodomestici – lo spot prevede donne bellissime che lavano pavimenti di buona lena e madri ventenni prolifiche come coniglie che nutrono i bambini con cotolette pre-pronte. Tutto ciò, per via dell’insondabile psicologia pubblicitaria, pare avere un impatto molto positivo sul loro umore.

Insomma ho letto Boldrini e ho pensato: beh. Ovvio. Sono certa che su questo possiamo essere tutti d’accordo.

Twit di Paolo Massobrio

Poi ho letto questo.

Twit di Marco Castelnuovo

E poi ho letto questo.

E poi la mia palpebra ha cominciato a tremare. Già a livello puramente semantico, i termini utilizzati in questi tweet danno la misura del problema.

Sorpresa sorpresa: siamo nel 2013 ed essere la moglie di qualcuno a caso non è il massimo obiettivo di una donna.

Siamo migliori negli studi, lavoriamo come muli, pretendiamo pieno rispetto e parità, fuori e dentro casa. Tutto questo suona tremendamente anni ’70? Non sono io a dovermi scusare: ad antichi problemi, risolti solo per finta, corrispondono antiche argomentazioni.
(O forse sono solo io che ho smesso di depilarmi le gambe.)

Ma, direte voi – tanto bene vi conosco, e nemmeno siamo sposati! – molte donne sono felici di dedicarsi alla loro famiglia e non considerano degradante “servire”. Il punto non è ovviamente questo, anzi. Anche Gesù (sto diventando uno di quegli atei che citano il Vangelo! La deriva Giuliano Ferrara-style è dietro l’angolo) dice: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire”. Quando si ama, prendersi cura di qualcuno è un dono.

Però, il nostro è un paese in cui le donne sono ancora costrette a un doppio turno di lavoro, fuori e dentro casa. Questo sistema di cose viene validato e promosso dalla pubblicità televisiva.

Pare di sentire l’obiezione: se le cose stanno così, è normale che vengano ritratte dalla pubblicità. Ma la pubblicità, così come la tv, non è lo specchio della realtà del paese. Come spiegare altrimenti il fatto che in un paese anziano, multietnico, dove famiglia vuole spesso dire una persona sola o una coppia omosessuale, negli spot ci sono solo ventenni caucasici etero e bellissimi con nidiate di figli?

La pubblicità non è un documentario: il suo lavoro è un altro. Corrisponde piuttosto all’ideale, non del tutto conscio, di come le cose dovrebbero andare – e quel prodotto sarebbe un passo proprio nella direzione giusta!
Fin qui la teoria. Ora esercizio pratico per vedere se avete capito.

Osservate questo spot Kellogg’s Extra.

Qui si ribaltano tutti i cliché sulle avventure di una notte. Inspiegabilmente, la ragazza non ambisce a farsi sposare e la mattina dopo batte anzi furtivamente in ritirata (tecnicamente si chiama walk of shame ovvero “la passeggiata della vergogna”). Solo i deliziosi Kellogg’s la convinceranno a fermarsi a colazione, operando in lei la metamorfosi da mangiatrice di uomini a mangiatrice di cereali.

È uno spot maschilista o femminista?
Progressista o opportunista?

Rispondete nei commenti. La risposta giusta è più sotto, ribaltata.
(In realtà non lo so. Mi fa ridere, ma forse per le ragioni sbagliate. Dovrete decidere secondo coscienza)

[Crediti | Link: Il Mondo, YouTube, Twitter]