di Massimo Bernardi 15 Gennaio 2013
ristoranti, all you can eat

Se chiedessimo ai più snob tra i gastrocratici italiani cosa pensano dei ristoranti all you can eat, quelli dove con pochi e indeformabili euro possiamo prendere tutto ciò che ci riesce di mangiare, risponderebbero al telefono facendo la voce del cameriere filippino e si rintanerebbero nel loro stellato di riferimento. Perché agli snob l’ideologia del prendi quello che vuoi quante volte volte vuoi fa quasi orrore –chissà cosa mangi santiddio– e noi oggi vogliamo capire se hanno ragione.

Non ce l’hanno, secondo Fiammetta Fadda (“se come me comprate Panorama solo per leggere gli articoli di Fiammetta Fadda”, cit.), che al netto del nome poco attraente, della contaminazione tra Cina, Giappone e Italia e degli spazi molto capienti (300 persone), consiglia dalle pagine di Panorama il Wok of Milan, un all you can eat pulito, con una varietà di offerta impressionante:

“Riso saltato, spaghettini, pasta, specialità cantonesi, miniinvoltini, zuppe piccanti; ostriche, pesci e crostacei; carni salsicce e verdure da scegliere e far cucinare nel wok o sulla piastra dai cuochi a vista; sushi con zenzero fresco e wasabi, più una scelta di frutta e dolci dai litchi al tiramisu”.

Tutto da 14 a 20 euro, bevande escluse, con innegabile effetto bengodi dopo anni di mini porzioni.

E se la cucina orientale è molto interessante per farci sopra convegni, ma nei giorni qualunque cerchiamo cucina italiana di tradizione consolidata, a Roma c’è il ristorante Margutta.

“Vegetariano, ma premiante, dove su un maxipiatto si fa il giro globale di sformati di pasta, riso al ginger, gulash seitan, frittate, carbonara di zucchine. Una sola volta, poi ci si alza per una delle ottime zuppe che cambiano ogni giorno. Sabato e domenica invece, la formula mangia tutto quel che vuoi è classica”.

La spesa è di 12/15 euro, bevande escluse.

Sarà la voglia di riempirsi come riscatto da una crisi che svuota tutto, ma mentre altrove le prenotazioni languono in questi locali è sensato prenotare per tempo. Tanto che molti ristoratori, per tornare agli antichi splendori, stanno pensando di abbracciare la formula.

E se l’idea di aprire il portafoglio ci paralizza possiamo chiedere lumi a All you can eat a Milano, la prima guida del settore scritta da Paola Tigrino, prodiga di consigli. Non chiediamo più di quanto riusciamo a mangiare, spesso per evitare gli sprechi, il gestore fa pagare a parte ciò che si lascia nel piatto. Inoltre, tutto il tavolo deve optare per la soluzione a volontà, evitando che chi ordina alla carta possa barare, scegliendo solo una portata per poi approfittare di quelle non stop degli altri commensali.

Incuriositi? Segnatevi questi altri indirizzi ma una volta lì calma, si rischia lo stress metabolico con effetti comici e grotteschi:
Barbacoa a Milano, ristorante brasiliano con stella Michelin dove la carne arriva in tavola finché non si dice basta, a pranzo cinque tagli a rotazione costano 15 euro.
Birreria Trilussa in pieno Trastevere a Roma, pasta a volontà per 16 euro, scegliendo tra 60 tipi diversi serviti fumanti in padella.
Yagura a Firenze, 5 minuti da Palazzo Pitti: ampia scelta di sushi, sashimi, tempura e zuppe per 22 euro più 2 di coperto.
Zen 2, altro giapponese ma a Napoli, vicino piazza Dante. All you can eat a pranzo per 13,90 e a cena per 19,90 bevande escluse.

Ci si riempe lo stomaco senza svuotare il portafoglio, il solo metro è la dismisura, l’unica categoria è l’enormità. Ma resta un pregiudizio a frenare il successo del modello all you can eat in Italia, il pregiudizio che in questi ristoranti si mangi male. Solo un pregiudizio?

[Crediti | Panorama, immagine: Panorama]