di Carlotta Girola 21 Ottobre 2014
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Italia.it: 20 milioni di euro e un risultato alla Pulcinella. Nelle intenzioni di Berlusconi doveva essere IL portale del turismo nel Bel Paese, uno strumento cesellato da artigiani del social media marketing Made in Italy per acchiappare turisti da tutto il mondo. Nella realtà, in puro stile neomelodico, la tragedia si è consumata con un’escalation di fallimenti e barzellette involontarie da parte di un gruppo di professionisti del copia-incolla e da un pool di periti di google translate.

Dopo il rischio chiusura prospettato nei giorni scorsi, l’ultima gag si consuma ai vertici, visto che il direttore Arturo Di Corinto molla il colpo dopo 8 mesi di stipendi non pagati: i suoi e quelli dei 3 collaboratori rimasti (all’inizio erano addirittura in 20), e dopo innumerevoli figuracce come solo noi siamo capaci di fare.

Le colpe sono già state rimpallate diverse volte tra enti, società appaltate, ministri, direttori editoriali, soprattutto Enit, l’Agenzia Nazionale del Turismo. La costante resta quella che possiamo vedere tutti con un click: un sito che nasce senza la camicia, uno spazio web che ha scritto sull’header dal primo istante della sua nascita la sua vocazione triste al fallimento.

Dal lontano 2004 la sfilza di errori, gatte da pelare, intoppi e svarioni clamorosi ha segnato la morte in culla del portale, mai davvero decollato, mai davvero accattivante, mai realmente rappresentativo di un’Italia che, mai come oggi, dovrebbe giocarsi la carta della vetrina turistica.

All’inizio fu lo stanziamento epocale di 45 milioni, perché se Berlusconi fa una cosa la fa senza badare a spese, poi la valanga di sceneggiate alla De Filippo è riuscita a trascinare nel baratro un progetto dal potenziale decisamente più ambizioso.

Loghi tricolori che ricordavano un cetriolo, sezioni per turisti cinesi che raccontavano solo di Bologna e della Ferrari (e te credo: erano state copiate dal sito della regione Emilia Romagna!) anni di lavoro per approdare sulla Rete con delle pagine imbarazzanti, con foto sbagliate, traduzioni improbabilissime, link che mandavano il visitatore a pascolare lontano dalle sue intenzioni.

Nel frattempo, da quel 2004 di velleità italica a livello universale, le cose sono molto cambiate: Berlusconi c’è ancora, ma il direttore di italia.it scrive a Renzi e Franceschini per spiegare la situazione al limite del grottesco.

I dipendenti, negli ultimi due anni, hanno dovuto lavorare ad un rattoppo Made in Italy per recuperare il tempo e la credibilità persi, facendo salti mortali anche sui social network. Ma, più di tutto, è cambiato il turismo internazionale, con picchi di crescita fino al 42% rispetto al 2004. Da noi, invece, si registra un calo del 4,5% nelle presenze straniere. Chissà perché.

La gestione alla pizza e mandolino è il nostro DNA istituzionale, perché se nel privato siamo capaci di eccellenze senza pari, nel pubblico ancora siamo i campioni mondiali (in carica) di figure di m.

Basta guardare il logo di italia.it: non vi fa venire voglia di andare in vacanza in Cina?

[Crediti | Link: Corriere, Wired, Il Fatto, Italia.it]

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