di Giorgia Cannarella 14 Gennaio 2014

“Il motivo per cui i cliché diventano cliché è che sono i martelli e i cacciaviti nella borsa degli attrezzi della comunicazione” dice Terry Pratchett (non sapete chi è? Andate a leggere A me le guardie! poi tornate qui). Anche i martelli e i cacciaviti, però, a volte si arrugginiscono. Ed è il caso di sbarazzarsene e comprarne di nuovo.

Ecco cinque luoghi comuni gastronomici che non vorremmo più leggere né ascoltare nel 2014, quelli per cui a ogni loro riproposizione rimpiangiamo l’ultima devitalizzazione fattaci dal dentista.

Giornalisti, blogger, critici, e tutti voialtri che amate parlare di cibo: prendete nota.

Il complottismo Made in Eataly.
Se c’è qualcosa di cui non ci stanchiamo mai di parlare, quello è Eataly. I discorsi che facciamo, però, sono quasi sempre gli stessi.
— “Qualche buon prodotto si trova, sì, ma AH! I PREZZI! NON MI FAR PARLARE DEI PREZZI DI EATALY!”
— “Che poi la vera qualità si trova altrove”
— “E quell’Oscar lì mi convince poco, hai visto che faccia da furbetto?”
Che ne dite se abbandoniamo l’idea che ci sia una congiura universale ordita da Eataly e Slow Food ai danni di noi consumatori? Secondo in questo momento Carlo Petrini e Oscar Farinetti non stanno brindando a Dom Perignon e frutti di mare (di qualche specie in via di estinzione delle Galapagos) alle nostre spalle.

La caccia alle streghe (barrato) foodblogger.
D’accordo, sono un filino invadenti. A volte persino inopportune, opportuniste e tediose, con la loro smania presenzialista e lo stalking selvaggio su Facebook (cosa c’è di più molesto che essere taggata in una foto di gnocchi di barbabietola?). Ma sono fondamentalmente innocue. Cercano di sbarcare il lunario: non vogliono cambiare il mondo a suon di biscottini al tè matcha. Lasciamole in pace e troviamo altri nemici su cui accanirci.

Non avrai altra pizza all’infuori di Napoli.
O carbonara fuori da Roma. O tortellini fuori da Bologna. Capisco il culto della tradizione che ci porta a geo-localizzare perfino l’uovo sodo, essendone spesso vittima anche io. Ma esistono tanti modi migliori di passare il tempo, invece che disquisire sull’impossibilità di trovare un arancino decente al di qua dello stretto di Messina. Per esempio, imparare a farlo, quell’arancino. E farmene avere un vassoio a casa.

Non c’è niente di più noioso dei programmi di cucina.
Tranne le persone che si lamentano dei programmi di cucina. I cooking talent – volenti o nolenti – ci avvincono, le performance di Andrew Zimmern ci incantano, le torte di Buddy Valastro esercitano una sorta di fascino perverso. In televisione passano cose tanto peggiori, che un’oretta di sano cazzeggio guardando sconosciuti che vanno alla ricerca dell’hamburger più unto degli USA non può farci male. Ah, e facciamocene una ragione: gli chef non stanno solo nelle cucine ma anche in tivù. Discorso chiuso.

Dissapore non è più quello di una volta.
Certo che no. Siamo più numerosi, più vecchi e anche più grassi. E siamo i più letti in circolazione.

Sicuramente ne avrete una centinaia da aggiungere. Siamo tutt’orecchi!

[Crediti | Link: Scribd, Immagini: badlandsbadley]