Se vi piace girare per ristoranti sapete già di cosa parlo: dei menu sòla all’ordine del giorno in una marea di locali velleitari.
Tempo fa un amico mi ha detto: “Per capire come sarà un ristorante devi controllare due cose: il menu e il bagno; e se il bagno fa schifo ma il menu è scritto a mano mangiaci lo stesso”. Ecco, io da quel momento mi affido a questa massima, che è più fededegna di TripAdvisor (non a caso finito nel mirino dell’Antitrust).
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Con l’esperienza ho anche aggiornato il mio elenco dei rifiutati, ad esempio, se nel menu vedo scritte anche una sola di queste sciocchezze me la do a gambe levate.
Iniziamo:
1. PESCE “FRESCO”.
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Una dicitura simile sottende evidentemente che ci siano dei luoghi o dei piatti in cui viene servito pesce morto da più di tre giorni. In quel caso comunque ce ne accorgeremmo da soli, perché è notorio che, come l’ospite, il pesce dopo tre giorni puzza.
2. VERDURE FRESCHE DELL’ORTO.
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Anche qui intendiamoci: perché mai dovresti servirci foglie di insalata in avanzato grado di decomposizione? Forse più che l’indicazione sulla freschezza ci interesserebbe quella sulla provenienza: caro ristoratore che eserciti in centro, ma l’orto, precisamente, di chi è?
3. PESCE DEI NOSTRI MARI.
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Dicitura alquanto ironica specie quando la si ritrova nei menu di ristoranti in cui tra cucina, gestione e sala ci sono almeno cinque nazionalità differenti. Precisamente “nostri” di chi? E, a costo di sembrare una vetero collettivista, non eravamo d’accordo sul concetto di acqua bene comune?
4. LE VERDURE DEL CONTADINO.
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Specificazione utile per un mondo parallelo in cui le verdure appartengono anche al pescatore e al pastore, ma fino a prova contraria, nel nostro prevedibile pianeta, le verdure, anche quelle geneticamente modificate, sono coltivate da un contadino. Ecco, ci piacerebbe di più sapere dove abita il contadino, e se è uno che si comporta bene.
5. CUCINA TRADIZIONALE RIVISITATA (più o meno “creativamente”).
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Per chi sa leggere tra le righe questa definizione significa: “Non ho la minima idea di come definire la mia cucina”, o anche: “Faccio i piatti di mia nonna, ma mi vengono meno bene che a lei”. E l’aggiunta dell’avverbio creativamente peggiora le cose.
6. CUCINATO “ALLA NOSTRA MANIERA”.
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L’alternativa chic alla dicitura “della casa”, “cucinato alla nostra maniera” non genera la benché minima ipotesi sulla tecnica di cottura usata. Diciamocelo chiaramente: la fiducia cieca è affare di cui può avvalersi il prete, o più raramente il medico, non il ristoratore.
7. “A FANTASIA DELLO CHEF”.
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Premesso che esistono in giro molti chef che pur non essendo blasonati dalla critica di settore si esercitano nella professione con un alto grado di fantasia, non è lecito discenderne il sillogismo che tutti gli chef hanno fantasia. Allora, caro ristoratore, confessa: la fantasia (scarsa) è la tua, che hai trovato un eufemismo per rifilarmi gli avanzi di ieri nel piatto del giorno.
8. LE PERIFRASI.
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“Millefoglie di melanzana con salsa di pomodoro cremoso, emulsione di olio EVO e tranci di fiordilatte” è francamente troppo per una parmigiana di melanzane senza nessun particolare fregio di golosità certificate (uno straccio di d.o.p. o .i.g.p. non lo si nega quasi a nessuno).
Lo stesso dicasi per “Penne di grano duro trafilate al bronzo con salsa di pomodori rossi e basilico dell’orto”, molto meglio un semplice: “Oggi non ho voglia di cucinare, va bene una pasta al pomo?”
[foto crediti: paciulina, non specare, virginia fiume, pspaonline, sfiziosarte, mamma merendina, round the twist, pianetadonna]