di Prisca Sacchetti 11 Novembre 2013
Mode gastronomiche

Abbiamo piluccato formiche ed erbe di campo. Cioè, qualcuno. Incipriato, leopardato, zebrato, muccato lo street food che è diventato altro, uno status da esibire e instagrammare. Abbiamo trasformato pressoché TUTTO il mangiabile nella sua versione hamburger. Abbiamo imparato che le verdure sono davvero buone solo se arrivano dall’orticello confinante con il ristorante, amorevolmente coltivato da un capelluto chef in galosce.

Abbiamo sushizzato la tartare.
Brunchizzato il pranzo della domenica.
Degustato macaron e caffè americano al posto dei biscotti al burro con il tè.
Cupcakizzato la torta della nonna.

Ora, con l’autunno agli sgoccioli, è tempo di pronostici sulle mode della gastronomia invernale 2014.

Quelli che seguono sono personali, e attendono con ansia di essere sconfessati, contraddetti, quotati e disattesi. Dai lettori di Dissapore prima di tutto. Attenzione. Questa è una wish list per esorcizzare la virulenza delle mode alimentari, una letterina woodoo antifighettismo, che spera di (ri)portare il cibo dentro il sensato binomio bisogno-piacere.

COSA RESTERA’: BENE BRAVI BIS.

Chilometro zero

CHILOMETRO (SOTTO) ZERO

Il chilometro (sotto) zero. Volenti o nolenti, scettici o convinti, facciamocene una ragione: andare al ristorante rischia di diventare un costume molto complicato, talmente complicato che può assumere anche il ruolo di sgravarci la coscienza. Così, noi che insistiamo a comprare zucchine a novembre, prugne californiane e caffè colombiano, ci sentiamo sollevati nel mangiare il trifoglio dell’orticello attiguo all’osteria, costi quel che costi.

Tofu

TOFU

Vegani sì, vegetariani no. Duole dirlo, ma questo è uno dei pochi casi in cui degli integralisti non si fa volentieri a meno. Basterebbe carpire i piaceri della cucina anche provando a sedersi dal lato più etico del tavolo. Il tofu può diventare anche buono, non restare necessariamente una belluria da radical chic.

Crudità

CRUDISMO

Ingredienti frullati, affettati, centrifugati, essiccati, massaggiati e marinati, i crudisti pretendono attenzione dai noi maniaci del cibo, non più salti nel crudo solo all’insegna della remise en forme, ma proprio del gusto. Cibi naturali: anche carpacci e tartare italiche, purché senza processi industriali, raffinazione, aggiunta di additivi e conservanti. Non si cucina con il fuoco ma i piatti possono essere molto elaborati, alcuni richiedono tecniche piuttosto complesse e lunghe.

COSA ARRIVERA’/TORNERA’: PERCHE’ NO?

Tè matcha

TE’ MATCHA

Se non avete mai sentito parlare del soft drink pronto per diventare la prossima attrazione, sicuramente lo hanno fatto i monaci buddisti: bevono il tè verde giapponese da mille anni. Ma ora eccolo incollarsi alle esigenze di quanti –e sono molti– cercano qualcosa di salutare purché non troppo estremo. A patto che smetta di costare quanto una piccola manovra economica, cosa che per ora gli ha impedito di uscire dalla ristretta combriccola dei maniaci di health food o, in versione polvere, dalle cucine degli chef stellati innamorati della sua forza aromatica.

Cronut

CRONUT E SIMIL CRONUT

Escono dallo stesso zuccheroso barile della pasticceria americana che pensavamo di aver raschiato con i cupcake e successive gemmazioni (whoopie pie: agglomerati di nulla però multicolor; cake pop: ibridi inspiegabili tra torta e lecca lecca). Come dice il nome, sono incroci tra un croissant e un doughnut, la ciambella americana: strati di pasta sfoglia prima fritti, poi ricoperti di zucchero, infine riempiti di crema. A lanciarli è stata la Dominique Ansel bakery, pasticceria newyorkese che di chic&chip non ha certo la seconda parte. Da allora un diluvio di imitazioni su scala planetaria.

Tortellini alla panna

PANNA

La panna. Non quella da cucina ma quella liquida. Chissà che non si trovi il modo, una volta tanto, di sdoganare la cara vecchia regina delle tavole anni 80. Quella che rendeva artefatto e uguale a se stesso ogni sugo, quella che trionfava irrorando filetti al pepe verde e crespelle ai funghi, quella che negli ultimi decenni è diventata il nemico giurato di tutti gli intenditori. Possibile che davvero non esista un modo di riabilitarla?

Rabarbaro

RABARBARO

Il rabarbaro. No, non esiste solo in forma di caramella dall’involucro vintage. Il rabarbaro domina la pasticceria francese, per esempio, dove si accompagna pungente e asprognolo ai frutti rossi che lussureggiano su brisée diaboliche. Pregusto il momento in cui sbarcherà nelle teche delle nostre pasticcerie.

COSA NON RESTERA’: GRAZIE ABBIAMO GIA’ DATO.

Pasta madre

PASTA MADRE

Per molte massaie prolisse e devote alle faccende domestiche è diventata l’incubo ricorrente. Ci sono casalinghe che hanno smesso di fare spuntini notturni guardando vecchi episodi di Sex and the City perché temono di aprire il frigorifero. Il 2013 ha segnato una lievitazione di locali ibridi come forni-bar, salotti-panetterie etc. La moda/necessità del farsi il pane da soli in tempi di crisi non arriverà alle prossime elezioni. È un augurio che le massaie di cui sopra si ripetono con il bicipite dolorante di mille impastature. Ma ora possono contare sull’abiura di Gabriele Bonci: il lievito madre è una moda ha detto il Michelangelo dei pizzaioli. Augh.

Cupcake

CUPCAKE

Cosa mi hanno fatto di male? Niente in particolare. A parte sabotare i compleanni, detergere le coscienze additando come demoni una fetta di schiacciata alla fiorentina o uno zabaione, trasformare le tavole della colazione in una rivista patinata. A mio modesto parere, yankee go home. Ma non è una questione personale: le azioni dei cupcake sono in caduta libera.

Involtino primavera

CINESE VECCHIO STAMPO

Il cinese al tavolo (quello vecchio stampo con l’involtino a 1 euro e il puzzo di fritto, non quello ultragourmet da potenti gaudenti del politburo, pure sbarcato in Europa). Non resterà, o trasmigrerà fuori dalle rotte battute del traffico cittadino. Polli alle mandorle e wanton fritti, per quanto nostalgicamente siano custoditi nei pertugi agrodolci del nostro stomaco emotivo, scompariranno. Scompariranno quelli serviti nei piattini decorati col bordo d’oro, sui taglieri girevoli, accanto al tovagliolo-origami.

Muschio al Noma

MUSCHI E LICHENI

Il Noma non è più il ristorante migliore del mondo malgrado le trovate del guru di Madfood: il bel René (Redzepi) ha lanciato la formula HRE (Hunt, raise and eat). 200 euri per veder nascere la propria piantina, fare un safari nel formicaio, impiattare e consumare (galosce incluse). E vabbè.

Pizza gourmet

PIZZA GOURMET

È un’altra cosa – dicono di lei gli eterni indecisi, quelli che stanno volentieri con i piedi in due staffe e apprezzano la verace pizza napoletana ma non vogliono rinnegare quella “cosa” viziata da ingredienti lussuosi, che si trova spesso soprattutto nel nord Italia. La diatriba fra pizza degustazione e napoletana è annosa questione, ma lasciando da parte i pregiudizi si potrebbe arrivare a un accordo. O almeno cambiare il prezzo esorbitante della prima.

Perché voi, invece, su cosa scommettete?

[Crediti | Link: Dominique Ansel, Dissapore,  Immagini: Flickr/Tre Scogli, Flickr/Haley s, d.repubblica, Flickr/Torino Bike Friend, Flickr/Frédéric Bisson, Flickr/Gizelle Lau, Flickr/Davide Simeoli, Flickr/Chris, Flickr/Pici e Castagne]