di Adriano Aiello 18 Luglio 2012
Ferran Adria

OK, facciamo un bel respiro e parliamo del caso Adrià e della sua sfavillante mostra a Barcellona. Occhio (esegeti o bastonatori) non vi infastidite appena leggete il suo nome. Anzi, una premessa per i cavillatori assetati di sangue: io non ho mai mangiato da Adrià – El Bulli ha chiuso il 31 luglio 2011 e non ho avuto la fortuna, l’onore, il coraggio, fate voi – e non sono stato alla mostra. Ma ho tempo fino al prossimo febbraio per recuperare. Altrimenti ci sono 6 libri, 6 cd-rom (si usano ancora?), 1846 ricette, 8000 pagine, 300 fotografie per cavarsela in esterna. E presto una Bullipedia, l’enciclopedia gastronomica online.

Quello che mi preme è soffermarmi su qualcosa che mi ha colpito nell’interessante reportage fatto da Gianluigi Colin per La Lettura, l’inserto del Corriere della sera. Il suo racconto della mostra conduce alla seguente questione: quella di Adrià è arte o non è arte? Ecco, la domanda sorge marzullianamente spontanea ma è profondamente sbagliata. Vediamo perché.

L’articolo paragona Adrià a Picasso e Charlie Parker per le innovazioni portate nei lori campi. Il paragone è legittimo ma il dibbbattito che scatena è stantio e ozioso. Un po’ perché la valenza rivoluzionaria di qualsiasi movimento è sempre il risultato di un discussione autoreferenziale, ma soprattutto perché tale discussione andrebbe consumata con qualche decennio storico.

Ma il problema vero è che mentre si decide se Adrià sia o no questo genio indiscusso e si fanno i conti degli eretici non allineati, ci si perde il centro nevralgico della questione. Ovvero se la museificazione di un’idea di cucina come quella di Adrià non segni di fatto un momento di reazione piuttosto che di rivoluzione. Inutile allora sentenziare come fa il nostro che “La creatività non tollera prevedibilità“. Massime da pensiero forte, contraddette dalla sterzata relativista successiva (“Non c’è una cucina buona e una cattiva, c’è quella che ti piace di più“) che fanno effetto ma che nascondono una stasi innegabile.

Quello che si sta creando intorno alla figura di Adrià mi sembra sempre di più un sistema di valori e sempre meno un’idea di cucina innovativa. Al di là del personale fastidio per l’abuso plebiscitario su Adrià, quasi un Bullivirus, il mondo si divide tra pontificatori e chi ne ignora la sua esistenza. Il resto non c’è verso di prenderlo in considerazione.

Ora io lo capisco che l’avanguardia sia cool, almeno in certi ambienti, ma è anche estremamente seriosa e permalosa. A pelle Adrià è il Federer della cucina, per chi bazzica quello sport decaduto chiamato tennis. E’ incriticabile, inappuntabile e inattaccabile. Se non da posizioni triviali, quindi facilmente – e giustamente – etichettabili come deboli e populiste. Financo puerili. Ma se queste sono idiosincrasie personali verso un certo fanatismo snobista, la mummificazione è chiara e sotto gli occhi di tutti.

Un esempio emblematico? L’installazione interattiva, momento culmine della mostra, dove si ha occasione di rivivere virtualmente l’esperienza delle 40 portate della cena. Ma che godimento può essere il cibo immaginato?!

Per dirla come l’avrei detta 10 anni fa per rimorchiare a scienze della comunicazione: prima decomposto e molecolizzato nella pratica, poi museificato nella sua certificazione, infine riprodotto visivamente, il cibo di Adrià mi pare si de-costruisca fino a trasformarsi nel suo opposto: un non cibo.

Un argomento che potrebbe fare breccia proprio tra i suoi adoratori me ne rendo conto, ma quando l’esperienza culinaria si trasforma in esercizio puramente intellettuale, la cosa non mi piace. Perché il cibo non è pittura e la scissione tra esperienza pratica e surrogato estetico deve porre ancora delle questioni problematiche. Specie se per *tornare a mangiarci tocca aspettare il 2014.

*Ammesso e non concesso che in una fondazione, el Bulli riaprirà come Fondazione el Bulli, si possa mangiare.

[Crediti | Gencat, Scribd, immagine: VBrown/FineDiningLovers]