di Riccardo Campaci 17 Aprile 2015
Robotic Kitchen

Un robot sarà mai in grado di cucinare? Sì, sembra un domanda banale ma mi frulla nella testa da quanto ho saputo di Robotic Kitchen e Chef Watson, due esempi di robotica e intelligenza artificiale applicati alla cucina. Robotic Kitchen non è altro che un robot dotato di mani e braccia antropomorfe che registrano e simulano i movimenti di una persona.

Basterà che “registriate” la preparazione della vostra ricetta indossando gli appositi guanti tecnologici e il Robotic Kitchen sarà in grado di registrare prima e riprodurre poi ogni vostro movimento, e dunque preparare lo stesso piatto, simulando i vostri movimenti. 

Tutto ciò a patto di posizionare millimetricamente strumenti, ingredienti e accessori nella stessa posizione in cui si trovavano quando li avete preparati voi e di sborsare la modica cifra di 13 mila euro. Per 10 mila sterline forse meglio se alzate il sedere dal divano per portarlo in cucina, oppure che vi affidiate alla fiera del precotto.

Chef Watson è già più interessante: si tratta di un motore di ricerca e suggerimenti di IBM: il sistema, realizzato partendo dal database della rivista americana Bon Appetit, conosce le caratteristiche e gli ingredienti di 9.000 ricette, ed è in grado non solo di riproporle, ma di suggerire nuove combinazioni di ingredienti basandosi sulle loro caratteristiche molecolari e le proprietà chimici fisiche degli elementi.

Può imparare dalle preferenze degli utenti e suggerire i migliori abbinamenti in base alle scelte compiute dalla persone. Se lo volete provare, il link è questo.

Robotic Kitchen, robot che cucina

Queste due trovate tecnologiche hanno risvegliato alcuni miei neuroni, che hanno deciso di rispolverare l’antico dibattito della cucina, divisa fra scienza, tecnica ed arte, in chiave filosofica.

Cos’è davvero la cucina? è solo un insieme di reazioni chimiche e fisiche, tali che anche un robot sarebbe in grado di ripetere?

La cucina è solo un insieme di passi, di istruzioni da eseguire come se si trattasse di un algoritmo informatico, in cui si susseguono una serie di balzi logici fondati su condizioni ed eventi?

Per qualcuno la risposta è un secco no: ai robot, ai calcolatori, ai computer, per quanto possano essere evoluti, mancherà sempre la creatività (e l’arroganza, in alcuni casi) tipica degli chef. Una fredda macchina come può essere creativa?

Ok, d’accordo ma allora Chef Watson? Il cervellone di IBM? Non è creativo nel suggerire nuove combinazioni di ingredienti e nuove ricette? Non possiamo chiamare creatività quella cosa lì, anche se proviene da un algoritmo? D’altronde anche il nostro cervello è algoritmico, giusto? la creatività è una condizione del cervello o della mente?

Robotic Kitchen, robot che cucina

Tutte queste domande, cervellotiche ovviamente, mi hanno fatto tornare alla mente (lo sto facendo di proposito, non ci pensate) l’esperimento mentale della Stanza Cinese di John Searle. Per chi non avesse idea di questo esperimento, si tratta di una geniale negazione teorica al concetto di intelligenza artificiale forte, tipico di chi sostiene che le macchine potrebbe pensare davvero (e dice DAVVERO) come gli uomini.

Per Searle un computer non potrà mai pensare come un uomo. Perché? presto detto.

Immaginiamo un computer che sappia il cinese e che sappia anche rispondere correttamente a qualunque domanda in cinese da “come va oggi?” A “ ieri ho mangiato la pizza e non sono stato molto bene; secondo te cosa c’era che non andava nella mia pizza alla Simmenthal e sushi stagionato?”; così bene da poter dare risposte in cinese così convincenti da ingannare anche un madrelingua di Pechino, da superare il Test di Turing e da convincerci che quel computer capisce il cinese.

A questo punto Searle vi chiede di immaginare che dentro a questo computer, la Stanza Cinese, ci sia un uomo, un uomo molto noioso e ripetitivo, poco simpatico ma velocissimo e precisissimo. L’uomo riceve da un finestrella le domande in cinese, sotto forma di ideogrammi, che lui non conosce e di cui ignora il significato.

L’uomo è fornito di una biblioteca sterminata con una serie di istruzioni (in italiano) che gli spiegano semplicemente come rispondere ad una serie di ideogrammi ricevuti con un’altra serie di ideogrammi, che scriverà su un foglio bianco e restituirà dalla finestrella di uscita.

L’uomo non ha la minima idea del significato di quegli ideogrammi che scrive, però è in grado di eseguire le istruzioni dei suoi libri alla perfezione, senza compiere errori.

Robotic Kitchen, robot che cucina

Se la domanda, dunque, fosse, quell’uomo capisce il cinese? la risposta di Searle sarebbe un secco no: non lo capisce; è in grado di applicare una serie di istruzioni sintattiche e rispondere correttamente a qualunque domanda. Però, no il cinese non lo capisce. Per questa ragione una macchina non saprà MAI pensare come un uomo, eseguirà solo istruzioni, dice Searle. Il pensiero è altro.

Ora immaginiamo un altro uomo, all’interno di una cucina super accessoriata, la Stanza Cucinese. Quest’uomo non ha mai cucinato, ma ha a disposizione una libreria di sapere infinita, comprensiva di una lista sterminata di ricette, le proprietà e le caratteristiche di tutti gli ingredienti disponibili al mondo, ed ogni tecnica di cottura dal punto di vista scientifico, applicata ad ogni tipologia di cibo.

Da un finestrella noi gli passiamo una serie di ingredienti; lui li processa e ci restituisce da un’altra finestrella un piatto pronto, realizzato in base alle conoscenze tecniche imparate dai libri. Possiamo dire davvero che quest’uomo sa cucinare? Davvero?

Attenzione alla risposta… a me istintivamente verrebbe da dire di sì, quell’uomo sa cucinare, anche in senso forte, o almeno in senso-medio forte, nello stesso senso in cui cucinano la maggior parte delle persone che dicono di “saper” cucinare, seguendo cioè delle ricette già definite ed una procedura sequenziale.

Se l’uomo nella Stanza Cucinese sa cucinare, anche il Robotic Kitchen sa cucinare, e nel loro piccolo sanno cucinare anche Bimby e Kenwood Cooking Chef; ci sono poche differenze fra me, che preparo l’impasto per la pizza, e un robot da cucina, che fa le stesse cose che faccio io in maniera semplicemente più meccanica.

Quindi potremmo dire che un robot sa a davvero cucinare.

Robotic Kitchen, robot che cucina

Saper cucinare è però davvero quello? eseguire una ricetta? o c’è di più? Come detto all’inizio, la cucina è realmente solo un insieme di passi, di istruzioni da eseguire come se si trattasse di un algoritmo informatico, in cui si susseguono un serie di balzi logici fondati su condizioni ed eventi?

Qual è la differenza fra l’uomo nella Stanza Cucinese e, diciamo, Massimo Bottura? La creatività, forse. E allora Chef Watson, di IBM? Non è creativo anche lui nei suoi suggerimenti basati sulla compatibilità chimica e fisica delle molecole che compongono qualunque ingrediente?

I due esperimenti, la Stanza Cinese di Searle e la Stanza Cucinese di Dissapore, sono diversi: probabilmente il linguaggio è una delle attività in assoluto più complesse dell’uomo e, per quanto cucinare non sia proprio un gioco da Bigazzi, metterei comunque il linguaggio un gradino più in alto.

Però la discussione intorno a questo tema è significativo: con il progresso delle tecnologie, qualunque attività artigianale tenderà ad essere sempre più allocata presso le macchine e anche la cucina, con l’evoluzione, potrebbe diventare un interessante sbocco per la robotica.

Le macchine potrebbero sostituire le persone e la cucina potrebbe scindersi in un’attività dalla doppia anima: la prima meccanica, ovvero un processo di automazione, con l’obiettivo di preparare pasti e sfamare le persone; la secondo artistica, completando la deriva degli ultimi anni che ha rivestito sempre di più gli chef di un ruolo da “intrattenitori”.

Lo chef diventa sempre più il musicista della nostra era, capace di sollazzare non le nostre orecchie ma il nostro palato.

In questo scenario il concetto di “cucinare” e soprattuto di “saper cucinare” potrebbe subire un’evoluzione silenziosa ed assumere significati molto diversi rispetto a quelli tradizionali, significati su cui questo excursus gastro-filosofico voleva invitarvi a riflettere.

Robotic Kitchen, robot che cucina

L’ultimo sforzo che vi chiedo è dunque quello di immaginarvi all’interno della Stanza Cucinese; siete voi quell’uomo o donna, avete a disposizione una libreria di sapere infinita, comprensiva di una lista sterminata di ricette, le proprietà e le caratteristiche di tutti gli ingredienti disponibili al mondo, ed ogni tecnica di cottura dal punto di vista scientifico, applicata ad ogni tipologia di cibo.

Io vi passo il cibo dalla finestrella.

Dunque voi sapete cucinare, davvero? Cucinate, gente. Cucinate.

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