anton ego, ratatouille, critici

L’ultima volta che siete andati a un ristorante superstellato? Potete rispondere anche mai, tanto è molto probabile che non ci andrete nemmeno in futuro. E quanti vostri amici hanno impegnato la macchina per una cena al Sorriso di Soriso?

Eppure stampa, guide, televisioni sembrano raccontare un mondo che non esiste nell’Italia di oggi. Quello dell’alta cucina, dei suoi rituali inaccessibili, dei suoi protagonisti ampollosi. La catena di tramite sono i grandi critici gastronomici: gli ex “gamberi” Daniele Cernilli e Stefano Bonilli, o l’onnipotente Enzo Vizzari, icona di un certo modo di intendere la gastronomia, i suoi giochi di potere e di visibilità.

Un mondo culturale che mi ricorda molto il microcosmo – a me noto – della critica cinematografica più intransigente. Quella che pontifica, “solipsizza” (per usare un termine che gradirebbero, se esistesse) e difende la propria nicchia autoreferenziale con voli pindarici risibili. Che parla di corpo e spolvera il vocabolario altisonante per Transformers. Anche nell’alta cucina l’agonia è dietro l’angolo ma ci si nasconde dietro uno gnocco. Destrutturato ovviamente. Anche in tempi di struttura. E di portafogli grondanti sangue.

Ogni volta che li leggiamo ci chiediamo: ma per chi scrivono realmente questi qua? A seguire lo sfogo del brillante blog americano Gawker, su una recensione che il New York Times ha fatto del lussuoso Le Bernardin, questi critici scriverebbero per solo tre categorie: ricchi stronzi (citazione dal testo, non mi denunciate o percuotete a suon di carte platino), altri critici gastronomici e altri cuochi che gestiscono ristoranti per le categorie di cui sopra.

La provocazione è sana e incisiva, chiara sin dal titolo del post: i critici gastronomici sono indegni. E troppo spesso, aggiungerei, assomigliano agli intellettuali che derideva Woody Allen in Io e Annie, quando li immaginava conoscersi tra le pagine dell’ipotetica rivista “vita ermeneutica” con Mozart, James Joyce e sodomia come punti di comunanza.

Ma per tornare all’inutilità, rischiano di esserlo anche le riviste o i quotidiani che li assumono per delirare su cene pantagrueliche, vini inarrivabili ed esperienze sensoriali elitarie. Potrebbero risparmiare i soldi perché non c’è un pubblico per questi articoli.

Senza considerare che spento l’allarme per l’assenza di urgenza giornalistica entra in gioco un rapporto tra critica e chef su cui aleggiano molti dubbi. Man mano che la china economica e socio-culturale del Paese si fa più discendente, questo microcosmo mostra la sua natura più deteriore e anacronistica.

Esplode la contraddizione di un mondo popolato da pochi eletti che si parlano addosso, si riproducono tra loro e mangiano in posti dove la prenotazione è solo un surrogato dell’idea di accessibilità democratica.

Intanto lì fuori, le cose finiscono per sfuggire.

Un mondo dove si è schiacciati dalle volontà lobbistiche e le voci discordanti si manifestano solo quando si viene catapultati fuori. Ma poi le reprimende suonano stonate e patetiche. Come quelle degli atleti che denunciano il doping quando non hanno più nulla da guadagnare dal loro mondo. Ma quanto durerà ancora?

[Crediti | Link: Gawker]

commenti (80)

Accedi / Registrati e lascia un commento

  1. non che ttutti i libri siano letti perche’ l’avventura raccontata sia stata vissuta in prima persona (pensate solo a tolkien)

    qualche volta “menarsi via” con la mente (pensate a tolkien) fa solo bene

    ps:
    cancellare per coerenza tutti i post di dissapore sugli stellati 🙂

    1. Giustamente Mauro ti sei incacchiato perché Adriano ha scritto che sei indegno e scrivi le tue non rece per ricchi stronzi 😀

  2. Tutto al contrario. Il lusso si racconta proprio a uso di chi non se lo potrà mai permettere. Funziona così. Nelle riviste di auto da un euro ci sono le recensioni delle Lamborghini. E le pubblicità dei motoscafi sono sulle riviste da finti top manager, che leggono per lo più modesti cumenda.

    1. Avatar Stefano F. ha detto:

      Stavo per postarlo io. E’ la risposta a tutte le domande…

  3. Avatar alda ha detto:

    Non conosco “stellati” e neanche intendo farlo…. a me e’ già sembrata cara una frittura di simil-paranza (con pesci di 10 cm.) Pagata 26 euri da Renatone:-):-)

  4. Avatar alda ha detto:

    Siamo così sicuri che ai non ricchi interessi sapere cosa mangiano, con cosa scorrazzano e che barche hanno i ricchissimi? A me suscitano solo disgusto, come il “grande chef” che si è permesso di dire che con 130 euro si paga giusto un primo!!!! Un bel vaffa mi è salito proprio dal cuore!!

    1. IGINIO MASSARI,pasticciere e ristoratore,nel famoso video you tube,oltre ad offendere i napoletani ,afferma “perchè 130euri bastano solo per un primo nell‘alta ristorazione “.Questi personaggi “decorati “ da gambero rosso,fanno male alla categoria che rappresentano,fanno male agli italiani che faticano,e soprattutto fanno male a loro stessi,per la qualità umana che traspare dall‘intervista.

    2. non è che te la sei presa un pò troppo per la storia del caffè?
      massari è chiaramente un provocatore e spesso esagera, la sparata sui 130 euro è oggettivamente un’esagerazione senza alcun riscontro, però devi anche contestualizzare ciò che uno dice. lui sta parlando del livello massimo a cui potrebbe arrivare la gastronomia, il livello oltre il quale non si può andare, il meglio del meglio, sia per quanto riguarda il cibo ma anche servizio e bellezza del locale.
      questo significa alta ristorazione, è ovvio che poi sia alla portata di pochissimi, altrimenti non sarebbe alta ristorazione.
      così come esiste l’alta moda e il prêt-à-porter, il discorso è simile.

  5. Il più coraggiaso articolo scritto da Adriano Aiello.Per me bellissimo.Un grazie al direttore Bernardi ,ex gambero rosso, che ha consentito la sua pubblicazione.

  6. Avatar Titty ha detto:

    il lusso è un mercato che subisce poco la crisi dato che i clienti cui si rivolge sono sempre gli stessi, i clienti principali, non gli una tantum. Mi pare ovvio che ci siano pubblicità anche per loro e se poi sono belle da leggere, meglio per tutti gli altri che, pur non potendo provare fattivamente l’esperienza, potranno sentire odori, sapori, emozioni.

  7. Boh, non mi ci raccapezzo… La prima cosa che mi viene in mente e rispondere che bisogna chiudere le riviste di critica letteraria, le pagine culturali: perché parlare de “la trama del matrimonio” in quanti l’hanno letta o la leggeranno? Che senso ha parlare del nuovo disco di Howe Gelb, tanto lo ascolteranno i soliti… Potrei andare avanti per ore ed ore. Parliamo solo della prova del cuoco e di peppe allo scapicollo… Ma questa è solo la risposta viscerale di uno che fa critica da tanto e non si sente per niente scollato dal reale… La seconda parte quella piu meditata è la riflessione: il comparto enogastronomico da solo è tra il secondo e il terzo posto del bilancio statale, incrociato con il turismo di cui è il volano principale è il primo… I cuochi e la grande cucina ne sono gli ambasciatori privilegiati (o solo i francesi sono abilitati a comprenderlo? ;)) per cui parlare di certa cucina, seguirla, raccontarla e sostenerla è un dovere… Tutto il resto è noia e chiacchere… La parte ficcante poi proprio non l’ho capita, un parlare a nuora perché suocera intenda… Quali sarebbero gli oscuri rapporti, se si conosco o che so dicano se no è solo pettegolezzo… Come se non esistesse una critica che da anni si interroga sulla cultura dei prodotti, sul rapporto qualita prezzo, sul linguaggio di trattorie e pizzerie, persino sul cibo da strada… Tutti Questi Egò in giro mica li vedo…
    Ciao A

  8. Adriano Aiello Adriano Aiello ha detto:

    Alessandro tutte critiche legittime specie per ciò che riguarda i punti più provocatori del post (quelli in cui riprendo l’idea del blogger americano per cui i critici gastronomici sono indegni), occhio però che personalmente io sollevo una questione sull’autoreferenzialità di un certo discorso, mica dico che devono cessare di esistere. E l’autoreferenzialità (che è evidente) è un brutto male. Te lo dice uno che ci sguazza, anche se con ironia e sarcasmo (fortunatamente) da un quindicennio buono. Ma bisogna accorgersene eh. Per tornare al cinema come nel post, se Ghezzi sostiene che Transformers 3 è un capolavoro perché è Goethiano rispetto pure le sue divagazioni intellettuali (che di fatto nessuno capisce da 3 decenni!) ma contemporaneamente mi chiedo dove portano. Non confondiamo l’oggetto d’indagine con il modo con cui si racconta. Ovvio che ha senso parlare di Gelb, meno senso ha rassicurare che chi lo ascolta è una nicchia intellettuale che ha i numeri per guardarti dall’altro. Si può raccontare anche la cucina alta con stili, tagli e attitudini diverse senza che si ostenti la vetrina del proprio mondo.

  9. Aggiungo che molti appaiono sottopeso e danno l’idea di non aver mai visto da vicino un fornello in vita loro. Insomma, fuori contesto come Jerry Calà in un film di Kubrick. Il problema è tutto di chi ci crede.