di Adriano Aiello 30 Maggio 2012
anton ego, ratatouille, critici

L’ultima volta che siete andati a un ristorante superstellato? Potete rispondere anche mai, tanto è molto probabile che non ci andrete nemmeno in futuro. E quanti vostri amici hanno impegnato la macchina per una cena al Sorriso di Soriso?

Eppure stampa, guide, televisioni sembrano raccontare un mondo che non esiste nell’Italia di oggi. Quello dell’alta cucina, dei suoi rituali inaccessibili, dei suoi protagonisti ampollosi. La catena di tramite sono i grandi critici gastronomici: gli ex “gamberi” Daniele Cernilli e Stefano Bonilli, o l’onnipotente Enzo Vizzari, icona di un certo modo di intendere la gastronomia, i suoi giochi di potere e di visibilità.

Un mondo culturale che mi ricorda molto il microcosmo – a me noto – della critica cinematografica più intransigente. Quella che pontifica, “solipsizza” (per usare un termine che gradirebbero, se esistesse) e difende la propria nicchia autoreferenziale con voli pindarici risibili. Che parla di corpo e spolvera il vocabolario altisonante per Transformers. Anche nell’alta cucina l’agonia è dietro l’angolo ma ci si nasconde dietro uno gnocco. Destrutturato ovviamente. Anche in tempi di struttura. E di portafogli grondanti sangue.

Ogni volta che li leggiamo ci chiediamo: ma per chi scrivono realmente questi qua? A seguire lo sfogo del brillante blog americano Gawker, su una recensione che il New York Times ha fatto del lussuoso Le Bernardin, questi critici scriverebbero per solo tre categorie: ricchi stronzi (citazione dal testo, non mi denunciate o percuotete a suon di carte platino), altri critici gastronomici e altri cuochi che gestiscono ristoranti per le categorie di cui sopra.

La provocazione è sana e incisiva, chiara sin dal titolo del post: i critici gastronomici sono indegni. E troppo spesso, aggiungerei, assomigliano agli intellettuali che derideva Woody Allen in Io e Annie, quando li immaginava conoscersi tra le pagine dell’ipotetica rivista “vita ermeneutica” con Mozart, James Joyce e sodomia come punti di comunanza.

Ma per tornare all’inutilità, rischiano di esserlo anche le riviste o i quotidiani che li assumono per delirare su cene pantagrueliche, vini inarrivabili ed esperienze sensoriali elitarie. Potrebbero risparmiare i soldi perché non c’è un pubblico per questi articoli.

Senza considerare che spento l’allarme per l’assenza di urgenza giornalistica entra in gioco un rapporto tra critica e chef su cui aleggiano molti dubbi. Man mano che la china economica e socio-culturale del Paese si fa più discendente, questo microcosmo mostra la sua natura più deteriore e anacronistica.

Esplode la contraddizione di un mondo popolato da pochi eletti che si parlano addosso, si riproducono tra loro e mangiano in posti dove la prenotazione è solo un surrogato dell’idea di accessibilità democratica.

Intanto lì fuori, le cose finiscono per sfuggire.

Un mondo dove si è schiacciati dalle volontà lobbistiche e le voci discordanti si manifestano solo quando si viene catapultati fuori. Ma poi le reprimende suonano stonate e patetiche. Come quelle degli atleti che denunciano il doping quando non hanno più nulla da guadagnare dal loro mondo. Ma quanto durerà ancora?

[Crediti | Link: Gawker]