di Giulia Caligiuri 5 Novembre 2013
Solo da qui. Solo Pomì

“O così o Pomi”. Ero molto piccola ma mi pare di ricordare paste scolate e condite velocemente con la passata senza passaggi in padella. Potenza della pubblicità in tempi rampanti. Almeno quando funziona. Ultimamente gli è andata meno bene. Eppure hanno cambiato poche parole: “Solo da qui. Solo Pomì”. Il problema è che il “qui” è la Padania.

Tempo poche ore ed è esploso il caso. A partire dai social network, fino ai quotidiani e varie riviste on-line, sulla questione si sono espresse posizioni disparate, ma l’idea di fondo sembra essere una e una sola: Pomì ha fatto un passo falso e, in quanto tale, deve rimediare.

Ma per chi si fosse perso la questione fin dall’inizio, mi è  sembrato doveroso riassumerla qui, in 5 punti, quelli salienti. Così avrete qualcosa con cui discutere con il vicino di treno questa sera, dopo un’intensa e appagante giornata di lavoro!

1 – Nelle ultime settimane scoppia l’emergenza dei roghi e dei rifiuti tossici in Campania: campi contaminati da diossina e irrigati con acque avvelenate dai rifiuti industriali (tanto del Nord quanto del Sud) a causa della camorra. La conseguenza è un inevitabile danneggiamento della produzione agroalimentare campana e della sua reputazione.

La notizia sgomenta e fa sensazione, si parla di “Terra dei fuochi” dimenticando di sottolineare che a essere a rischio è meno dell’1% dei suoli agricoli, secondo le analisi dell’Arpac e dell’Ispra. Fetta di territorio per nulla irrilevante, ma che per fortuna non consiste nell’intera regione.

2 – La beffa: dall’azienda di conserve e salse di pomodoro Pomì arriva il colpo di grazia. Una campagna pubblicitaria che appare denigrante nei confronti delle aziende del comparto e degli agricoltori campani.

Nello specifico, un’immagine della nostra amata Italia in tutta la sua “stivalezza”, con un bel pomodoro pieno e rosso piazzato al centro della Pianura Padana. Lo slogan? “Solo da qui. Solo Pomì”. Il senso? Rassicurare i consumatori sul fatto che i prodotti Pomì provengano completamente e rigorosamente da quella zona d’Italia: “Pomì utilizza solo pomodori freschi coltivati nel cuore della Pianura Padana, a una distanza media inferiore ai 50 km dagli stabilimenti di confezionamento”. Più chiari di così!

3 – Non contenti del clamore suscitato de un’immagine pubblicitaria, i dirigenti dell’azienda si preoccupano di chiarire il proprio punto di vista anche sui social network: “I recenti scandali di carattere etico/ambientale stanno muovendo l’opinione pubblica, generando disorientamento nei consumatori verso questa categoria merceologica. Il Consorzio Casalasco del Pomodoro e il brand Pomì sono da sempre contrari e totalmente estranei a pratiche simili, privilegiando una comunicazione chiara e diretta con il consumatore“.

4 – Arriva il cosiddetto “popolo del web”, anche la classe politica è pronta ad insorgere. Oltre ai routinari insulti da social network, notevoli sono i commenti di alcuni consumatori e non, che incitano al boicottaggio di Pomì e urlano alla speculazione su un disastro ambientale, alla scorrettezza, allo sberleffo di un Sud sempre più martoriato anziché aiutato.

Non mancano gli interventi dell’assessore all’Agricoltura, Daniela Nugnes: “Questo non è certo il momento di fare i furbetti sul mercato. Non è corretto farsi pubblicità su un disastro ambientale che dovrebbe diventare un caso nazionale e non un appiglio per ulteriori discriminazioni nei confronti del Mezzogiorno“.

E del Ministro all’Agricoltura, Nunzia De Girolamo, che su Facebook scrive: “Sconcerta che una primaria azienda abbia sentito la necessità di specificare non solo che il suo pomodoro è italiano, ma che proviene da determinate regioni, quelle settentrionali“.

5 – A questo punto tutti quanti si aspettano un retro front da Pomì. Che non arriva. Al suo posto una circostanziata risposta: “Molti consumatori nelle scorse settimane ci hanno esortato a dichiarare l’origine del nostro pomodoro” quindi “non volevamo offendere nessuno solo garantire trasparenza”.

La correttezza prima di tutto, insomma. E l’origine della materia prima subito dopo.

Per finire l’inevitabile domanda. Si può valorizzare il legame con la zona di produzione, e anche con orgoglio, ma non enfatizzare i “pomodori del nord” a scapito di quelli “del sud”. Se nella famigerata Terra dei fuochi il rischio riguarda meno dell’1% dei suoli agricoli, che senso ha polemizzare su presunti territori di “serie a” e “serie b”?

[Crediti | Link: Il Fatto Quotidiano.it, Repubblica Napoli, immagine: Pomì]