di Rossella Neri 11 Agosto 2014
ferragosto

Un tempo Ferragosto era un a festa di famiglia. Forse in qualche sparuto angolo dello Stivale, accanto alla processione più o meno religiosa e più o meno folkoristica la tradizione resiste ancora. Per quel che mi riguarda, tra i trentenni che mi vivono intorno, Ferragosto ora significa solo vacanza in qualsiasi punto del mondo (più lontano dal punto d’origine è meglio è). E quando si rimane a casa, appiedati dalla mancanza di liquidi o da un lavoro sempre più incombente e tirannico, si percepisce un solo sentimento: la desolazione.

Ma ricordo nettamente che una ventina di anni fa non era così. Dopo la rigorosa quindicina al mare, il 15 di agosto era il giorno dedicato a sudare insieme in famiglia, spostando i tavoli della cucina sotto il primo albero che si incontrava per strada, alla ricerca di un po’ di conviviale frescura.

Il menu, come la compagnia, era regolato dalle rigide regole della calura, della tipica fame italica da festa comandata, e dalla necessità di non accendere troppo i fornelli (o di accenderli solo il giorno prima).

Il pranzo in famiglia.

pranzo

Primo elemento del pranzo di Ferragosto era appunto la famiglia, in canottiera e ciabatte, con i pargoli che razzolavano al sole, la tovaglia a scacchi e la ricerca della frescura: dal cortile del condominio alla pergola dello zio in campagna.

Gli affettati che sudano al sole.

affettati

Nell’attesa dell’arrivo del primo, per tenere calme le folle, spuntavano sul tavolo cartocci di affettati che al contatto con l’atmosfera cominciavano a sudare come e più dei commensali e ad attirare le mosche ad un km di distanza.

Il timballo di pasta.

Timballo di Pasta

A me ispira sempre il ricordo della cena a casa del Gattopardo, in cui il timballo venne sostituito al consommé per rendere più proletaria la cena con gli uomini nuovi.

Sia come sia, ma un bel timballo fatto il giorno prima e servito appena tiepido si fa mangiare anche con 35 gradi.

Il vitel tonné.

vitel tonné

Immancabile in ogni pranzo d’estate in famiglia. Io ero capace di distinguere quale zia lo avesse preparato in base alla cremosità della salsa, che con certi caldi diventava quasi un brodetto.

Comunque, se potevo, declinavo l’offerta. Quelle fettine un po’ smorte erano troppo brutte da vedere per poter essere buone da mangiare.

La parmigiana di melanzane.

parmigiana di melanzane

Fanno parte di quei piatti che testimoniano l’indole masochistica della massaia mediterranea, che con 42 gradi all’ombra decide di impegnare il pomeriggio in lunghe preparazioni che prevedono ore di delirio chini sulla padella friggitrice e vampate di calore a ogni scrutar del forno.

La bottiglia di vino tenuta in fresco nell’acqua.

vino in fresco

Ovvero il bisogno aguzza l’ingegno.

Eppure le bottiglie di vetro scuro a bagno nella tinozza dell’acqua ghiacciata sono una delle immagini più pittoresche delle miei estati infantili.

Il taglio dell’anguria.

anguria

Veniva affidato al capofamiglia. L’anguria, immersa anche lei nella bacinella con le bottiglie di vino, entrava in scena quando ormi il vino era finito, a sancire la conclusione del pasto.

Dell’anguria si tagliano prima le due estremità, per renderla stabile, e poi si fanno le fette, assicurandosi che nessuno strappi le punte zuccherine lasciando agli altri la scorza. Per questo il capo famiglia doveva ondeggiare ripetutamente il coltello nell’aria in segno di sfida.

[foto crediti: biografie online, briciole in cucina, la cucina di babe, expat cucina, dissapore, stylish spoon, andar mangiando]