di Sara Porro 13 Ottobre 2012
spa,

Ho sempre provato un vago languore nei confronti dello scenario paradisiaco di trascorrere un weekend alla Spa, un tale concentrato di mollezze da diventare, almeno presso i miei concittadini milanesi, un tic linguistico come equivalente del relax estremo: “Sono stanchissima, avrei bisogno di un weekend alla SPA” invece di “avrei bisogno di riposo”.

Finora non l’avevo mai fatto per due principali ragioni. La prima: destino tutti i miei risparmi a un altro genere di hobby costoso, cioè la sosta vietata nei giorni di pulizia stradale; la seconda: ho sempre avuto il sospetto che alle SPA si mangiasse tragicamente male.

Questo mio assunto era interamente basato sulla ripetuta visione della tremenda commedia anni ’80 “Sette chili in sette giorni”, punto fermo della mia infanzia trascorsa di fronte alla tv. Per riassumere: in una Spa si va per dimagrire, e ti danno degli spaventosi beveroni dietetici, forse purificanti, forse emetici. E la cena è psicologica.

Quindi, quando lo stravagantemente lussuoso Lefay Resort, a Gargnano sul Lago di Garda, mi ha invitato a partecipare a un blog tour di 3 giorni dedicato proprio al cibo (circostanza che ha condotto mio padre a commentare: “Nella vita ho sbagliato tutto, dovevo fare la blogger”)  mi sono chiesta se mi avrebbero costretto al detox, nutrendomi di solo succo di limone del Garda per 3, interminabili giorni.

E invece: apparentemente, ormai sono in minoranza i clienti delle SPA, in Italia e all’estero, che ci vanno per dimagrire. “Dieta”, poi, è una parola che lo staff del Lefay Resort, a cui chiedo informazioni dopo essermi rimpinzata di una varietà di eccellenti torte al buffet della colazione, pronuncia corrucciando la fronte. Sì, ci sono alcuni clienti che insieme allo staff medico valutano modifiche nella dieta, “ma si tratta di educazione alimentare”. I punti cardine della cucina del Lefay Resort, lungi dal conteggio delle calorie, sono invece materie prime di qualità, prodotti locali e rispetto della stagionalità.

Mi fermo un secondo chiedendomi: ma dove ho già sentito queste cose? Ora ricordo: DAPPERTUTTO. Il contagio si è diffuso.

E quindi, quando rientro nella mia stanza alla fine della giornata ci trovo i macaron del pasticciere. Niente gambi di sedano? Quando mi convocano per l'”aperitivo”, mi preparo interiormente a confrontarmi con la ferale prospettiva di un decotto di malva o tarassaco, e mi rivolgo al barista con aria vagamente carbonara, sussurrando: “Servite alcolici?”. Ma certo: il barista è anzi un provetto mixologist.

Ed è lì che comprendo: le Spa che diventano gourmet sono un chiaro, ulteriore segno dell’avanzata inarrestabile della popolarità del cibo. Perché non c’è benessere senza tiramisù.