di Adriano Aiello 16 Luglio 2014
Eataly smeraldo

“La spesa per mangiare, in un paese come il nostro, rappresenta circa il 10% delle uscite di ogni famiglia”. L’Amaca di Michele Serra dell’altro giorno è tornata su un tema eternamente discusso, ma mai avaro di riflessioni. Specie se il quadro che traccia è quello di un paese che mangia male ma si dota di telefoni all’avanguardia.

Ci puoi girare intorno, ma questi sono i dati per cui perdi l’orientamento. Per dire, noi parliamo di cibo tutto il giorno, lo mettiamo al centro delle nostre giornate, ne facciamo oggetto di scambio, di viva interazione con voi lettori, poi qualcuno ci fa riflettere su un dato così semplice e  ti vengono in mente:

I carrelli al supermercato pieni di prodotti economici, sofisticati e con una lista ingredienti di 22 pagine
Gli scaffali di pasta riprezzata a 50 centesimi al kg totalmente vuoti
Il pollo a 3 euro al kg
Il successo degli All You Can Eat
Gli apericena tossici
I tramezzini dei distributori
I bibitoni tutto zucchero e chimica
I cocktail delle discoteche
La pizza dell’egiziano

E pensi, ma come: le grandi tradizioni culinarie, l’italiano che sa mangiare e cucinare molto bene? L’Expo 2015? Eataly, la birra artigianale, il presidio Slow Food, i gruppi di acquisti, il biologico! Possibile che sia solo edonismo gastronomico per una nicchia caparbia e rumorosa?

Probabile, ma qualcosa non mi convince. Leggete questo attacco: “La crisi economica ha apportato diversi cambiamenti nello stile di vita di parecchi italiani: una priorità, come  il mangiare, è diventata la principale voce della spesa turistica davanti all’alloggio, ottenendo in questo senso un vero e proprio record storico”.

OK, è la Coldiretti, dati e affermazioni sono da prendere con le molle, però si parla di 24 milioni di italiani pronti a spendere 4,9 miliardi in ristorazione e prodotti gastronomici nelle prossime vacanze. Insomma, risparmiamo sull’albergo ma non sul cibo.

Quindi?

Mangiamo schifezze feriali e prelibatezze festive?

O Serra immagina un’Italia inesistente, mentre in realtà siamo tutti orgogliosi di raccontare allo straniero di turno che abbiamo la leadership europea nei prodotti riconosciuti a livello comunitario con ben 262 denominazioni di origine, 4.813 prodotti alimentari tradizionali regionali, 332 vini a denominazione di origine controllata (Doc) e 73 a denominazione di origine controllata e garantita (Docg).

Perché allora continuo a sentirmi più d’accordo con Michela Serra? Sono il solo?

[crediti | Link: Triskel 182, Giovani Impresa]

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