di Camilla Micheletti 31 Marzo 2014
Redzepi e Blumenthal vanno all'estero

La prima reazione è: “ma insomma, che me ne cale se uno chef, ancorché famoso e abbastanza cocco della stampa, trasloca per un po’ il suo nordico ristorante andandosene in Giappone?” Certo, se chef famoso e ristorante sono rispettivamente Rene Redzepi e il suo Noma di Copenhagen, già numero uno del mondo, non dico che ti arrovelli, ma il dubbio di doverne parlare ai tuoi lettori rimane.

La seconda reazione, dopo aver visto la notizia di Heston Blumenthal che chiude il Fat Duck e lo porta in Australia condivisa sui social network, persino con  gli ideogrammi asiatici e i caratteri cirillici, è una entusiastica ammissione: adesso sì che devo informare i miei lettori.

La decisione del trasferimento pop-up all’estero è stata presa separatamente, non pensate a un’improvvisa class action di chef stellati.

Sia la migrazione semestrale del “The Fat Duck” che il trapianto gastronomico di due mesi del “Noma” partono da motivazioni nobili. Nel primo caso la ristrutturazione del ristorante che compie venti anni d’età, nell’altro la voglia di sperimentare le materie prime giapponesi, lasciando per un po’ da parte bacche e aghi di pino.

Noma va a TokyoHeston Blumenthal va in Australia

Fanno bene? Beh, se vuoi essere planetario replicando in serie e ovunque il tuo ristorante devi essere disposto a spendere, e oggi, vista la temperie, non è una decisione che si può prendere a cuor leggero (anzi, fa scuola la vicenda di Gordon Ramsay e Jamie Oliver, i due telechef britannici costretti a chiudere diversi locali dei rispettivi imperi). E allora? Allora si diventa chef nomadi. O chef migratori, se preferite.

L’obiettivo è sempre diventare marchi globali, la strategia quella degli stilisti, e dei negozi temporanei che aprono e chiudono in ogni parte del mondo. Un brand è sempre un brand, che si tratti di piumini o di un ciuffo di licheni fritto.

La terza reazione è che sì, la doppia notizia sarà anche clamorosa, ma noi italiani non ci tocca più di tanto data la nazionalità degli chef. Ma cosa succederebbe, invece, se al centro di questa storia ci fosse, diaciamo…  Massimo Bottura? Se lo chef modenese decidesse all’improvviso di prendere e traslocare per 8 mesi in Russia la sua Osteria Francescana?

Capisco che lo scenario inquieti e non poco gli entusiasti tifosi di Bottura, ma proviamo a vedere pro e contro del presunto scenario:

PRO:
— Circolazione di idee. Vive la différence! Le diversità rafforzano e aiutano a crescere. L’ibridazione estrema potrebbe investire la cucina di Bottura che ci stupirebbe ancora di più una volta tornato in Italia.

— Adrenalina da deadline. Sapere di avere poco tempo per realizzare i propri obiettivi mette sotto pressione. E la pressione, si sa, a volte è l’afrodisiaco migliore.

— Educazione. Bottura potrebbe finalmente insegnare ai russi, notoriamente campioni nella disciplina, che il no showl’abitudine sgradevole di prenotare il tavolo premurandosi di fissare l’orario, indicare il numero di commensali e poi, semplicemente, non presentarsi, è un’opzione che sarebbe meglio evitare.

CONTRO:
— L’espressione del territorio. E’ abbastanza difficile trovare una buona mortadella in Russia. E chissà se una spuma di sosiski (wurstel russo) renderebbe altrettanto bene.

— Smarrimento e frustrazione. Soprattutto da chi ha fatto della critica a Farinetti “ambasciatore del made in Italy” il suo grido di battaglia. Dal canto suo, siamo certi che Farinetti organizzerebbe una task force per riprendersi Bottura o (in alternativa) annettere la Russia all’Italia.

— Follia generale. Questa volta da parte dei fan di Bottura che inizierebbero le pratiche per ottenere la cittadinanza russa, ignari che il procedimento duri oltre otto mesi. Con l’inevitabile conseguenza di rimanere bloccati una volta che il loro idolo è tornato in patria. Nell’attesa, però, potrebbero redimersi valutando l’opzione di aprire una catena di ristoranti italiani. Tipici.

[Crediti | Link: Guardian, Eater, CtvNews, immagini: Eater]