di Carlotta Girola 25 Agosto 2015
Doggy bag

Faccio parte di quel 28% di italiani che spazzolano il piatto al ristorante, quindi non mi sono mai ritrovata a fare i conti con gli avanzi fuori casa. E ora che sono noti i risultati dell’indagine sul comportamento alimentare degli italiani nell’estate 2015 con un sostanzioso 20% di casi di doggy bag conclamata e un 25% di imbarazzo sul fare la richiesta, mi si è creato in testa un cortocircuito da cui non riesco a uscire.

Se negli Stati Uniti la pratica di portarsi via gli avanzi dal ristorante è capibile, viste le porzioni disumane nelle quali ci si imbatte praticamente ovunque, in Italia continuo a vedere nebulose all’orizzonte.

Che l’italiano si voglia presentare come avanguardistico foodie alla rincorsa delle abitudini socio-alimentari di qualcun’altro è un dato di fatto, l’hamburger ne è l’esempio più diffuso. Ecco che, in linea teorica, sappiamo tutti che è più etico portare a casa l’avanzo che immaginarlo in 3, 2, 1 nel pattume del ristorante.

Lo sappiamo, certo, ma teoria e pratica sono cose assai diverse.

Allo stesso tempo, dato per assodato che sprecare è malcostume da capitalisti un po’ scemi, il fattore sociale è per noi un deterrente che non si può sottovalutare.

Qualcuno di noi può forse negare che esiste un alto grado di inibizione alla doggy bag?

Doggy bag

A nessuno piace passare per pezzentello con le pezze sul didietro e non siamo ancora arrivati allo sdoganamento urbi et orbi dell’anti-spreco. Quindi resto quantomeno stupita quando leggo i risultati dello studio (ma trattasi di Coldiretti, non può che essere così).

A 20 italiani su 100 capita di chiedere di portarsi via gli avanzi. Che è come dire 2 su 10, che è poi dire che al vostro tavolo prima o poi ne dovreste incontrare uno. Di ristoranti ne frequento abbastanza spesso e mai, dico mai, mi è capitato di assistere in Italia ad allegre famiglie che se vanno con sotto braccio il pacchettino.

Le cose sono due: o frequento ristoranti dalle porzioni etiche (che qualcuno chiamerebbe scarse), oppure mi accompagno con individui spreconi. Oppure c’è la terza via: nel sondaggio, da bravi vorreimanonposso, abbiamo gonfiato un po’ la nostra disinvoltura all’americana.

Cercando di presentarci la faccenda da un altro punto di vista, La Stampa ci martella con esempi VIP pro-doggy bag.

C’è Michelle Obama il cui cane, secondo i calcoli, ora dovrebbe essere al limite dell’obesità; c’è Rihanna che non si arrende all’alcolizzarsi solo in pubblico e prosegue tra le quattro mura portandosi a casa la bottiglia di vino iniziata.

Doggy bag, insomma, fa figo: ce lo dicono tutti. Doggy bag è cosa buona, sacrosanta e etica: abbiamo capito anche questo.

Cosa sarà quel fattore X che ci rende ancora inabili al chiedere quello che ci spetta?

La legge dice che possiamo pretenderlo, i rotocalchi ci subissano di foto di holliwodiani alle prese con lo scartozzo, le nostre cucine pullulano di microonde fatti apposta.

Intanto, a Berlino in città ci sono dei frigoriferi dove abbandonare gli avanzi per chi ne avesse bisogno. A Lione è partito un progetto per dare il nome accattivante anche all’avanzo: si chiama gourmet bag.

E quindi? E noi? Cosa ci manca?

Retaggi post-bellici? Status symbol da mantenere? Piccole ossessioni provinciali?

Qualcuno cantava “Vivono col terrore di poter sembrare poveri, quel che hanno ostentano e tutto il resto invidiano”: forse prima o poi l’invidia del sogno americano sdoganerà anche la doggy bag.

Ma non ora, ora non siamo pronti.

[Crediti | Link: AdnKronos, Dissapore, La Stampa]