di Carlotta Girola 23 Giugno 2015

Una volta, un sacco di anni fa ho visto a teatro un’operetta. Ecco, si ferma a quella remota esperienza il mio contatto con il genere. Tutto questo fino all’altra sera, quando ho varcato la soglia del Pavarotti Milano Restaurant Museum, il nuovo spazio a metà tra museo e ristorante che resterà aperto sino al termine di Expo 2015.

Tutto inizia in Piazza Duomo, quando ti accoglie una sorta di buttafuori con auricolare che ti fa strada attraverso un corridoio. In fondo ci sono degli ascensori e un altro ragazzo che avvisa il personale del vostro arrivo e chiama l’ascensore per voi.

A questo punto, nonostante non sia ancora entrata, mi pare di aver già sbagliato approccio: forse non ho la mise adatta per una “prima” a due passi dalla Scala, e proprio accanto all’hotel 7 stelle (quello col maggiordomo personale).

Una volta salita al quarto piano, un lungo corridoio (con annesse citazioni e ritratti del tenore) arriva fino al Ristorante.

Ristorante Pavarotti, Milano

Ve lo dico subito: la playlist è, ovviamente, monotematica. Appena entrata mi accoglie un “ridi pagliaccio” che mi pare di buon auspicio anche se i pagliacci mi hanno terrorizzata fin dai lontani tempi di It.

Nella prima sala (d’accoglienza) campeggia enorme il volto del tenore, ma enorme a livelli imbarazzanti, e c’è anche il suo smoking di scena.

Ristorante Pavarotti, Milano

Poi si passa in un’altra sala (sono ben sette) che pare il bookshop che sta alla fine di un vero percorso museale.

Difficile tirare dritto, vista la mia personale attrazione per i memorabilia di qualsivoglia genere, e qui non si scherza. Ci sono agendine, cuffie, quadri, t-shirt: c’è persino un caffè in edizione limitata col suo nome.

Ristorante Pavarotti, Milano, memorabilia

Poi si accede al ristorante vero e proprio, distribuito in diversi ambienti: il filo rosso è ancora lui, la sua musica, la sua faccia. Ovunque ti giri scopri un dettaglio: alcuni macroscopici, come il suo faccione truccato da pagliaccio dipinto sul muro, oppure ritratto in altri contesti, con versi delle arie che stanno ovunque, a volte pure sul soffitto.

Ristorante Pavarotti, Milano

Ristorante Pavarotti, Milano

E, manco a dirlo, finisco seduta in un tavolo esattamente sotto la scritta “Voglio vivere così, col sole in fronte”, accanto una grande vetrata che affaccia su un’ala della Galleria Vittorio Emanuele.

Ristorante Pavarotti, Milano

Nel complesso è un bel posto: travi a vista, ambienti diversi, personale gentile. Solo, per dirla tutta, a tratti diventa un po’ inquietante cenare con Pavarotti che ti “urla” nel piatto dalla parete accanto, e che quando calano le tenebre si palesa anche riflesso nel vetro.

Ristorante Pavarotti, Milano

La carta è piuttosto semplice, anzi pop come era lui: abbordabile nei prezzi e tradizionale nei contenuti. Il lista ci sono i suoi piatti preferiti, modenesi neanche a dirlo.

Pavarotti, lo si capisce da una breve sfogliata al menu, amava il carboidrato.

Ristorante Pavarotti, Milano, antipasto

Ristorante Pavarotti, Milano, gnocco

Si può scegliere solo tra antipasti e primi piatti (e qualche insalata, ma quelle danno l’idea di essere messe lì per accontentare i clienti della pausa pranzo, e non tanto per rispondere al criterio del “gusto dell’artista”).

Leggo che a mezzogiorno ci sono due menu fissi a 15 euro che comprendono: selezione di salumi, Parmigiano e gnocco fritto con acqua e caffè, oppure antipasto di salumi e un primo a scelta. In entrami i casi il coperto è compreso.

Considerando che siamo in piazza Duomo, mi pare un’offerta allettante, per chi vuole concedersi qualcosa di meglio di un panino al volo. Ci sono altri due menu fissi da 30 e 35, un po’ più ricchi (con anche il dessert).

Poi ci sono gli antipasti: lo gnocco fritto con salumi vari e Parmigiano Reggiano svetta, anzi a ben guardare è l’unico antipasto. Costa 12 euro ed è piuttosto abbondante: inizio così.

Lo gnocco è buono, ma piuttosto unto (piuttosto nel senso di parecchio), buono il salame, si scioglie in bocca la mortadella, mentre il Parmigiano è dimenticabile. Non è che non sia buono, ma ne ho assaggiati di migliori.

Ristorante Pavarotti, Milano, lasagna

In realtà aspetto i primi con fervore: vanno dai 12 ai 15 euro, e sono tutti primi tradizionali.

Non un vezzo del cuoco, non una parvenza di fantasia dello chef, nessuna rivisitazione: solo grandi classici.

Ristorante Pavarotti, Milano, tagliatelle

Ci sono i passatelli (in brodo o al pomodoro), le tagliatelle al ragù, la lasagna, la gramigna con la salsiccia, i tortellino di ricotta e spinaci, i tortellini al prosciutto (in brodo o alla panna), e poi un “intruso”, il risotto, ma declinato alla modenese con Parmigiano e aceto balsamico.

Ristorante Pavarotti, Milano, passatelli

Mi sento in forma, sarà che in sottofondo è partita “O sole mio”, ma sono ottimista e mi lancio in un trittico. Parto dalla lasagna.

La pasta all’uovo è solo verde (agli spinaci) come la fanno a Modena, il ragù è di carne mista (maiale e manzo), ma sono solo dettagli. La cosa importante è che la lasagna spacca. Forse la porzione potrebbe essere un po’ più abbondante (io ne ho presa una d’assaggio, ma anche quella standard non è proprio enorme), anche perché si andrebbe avanti all’infinito. Davvero ottima.

Si passa alle tagliatelle al ragù. Pasta all’uovo ben compatta, del ragù abbiamo già detto: classico piatto che dà soddisfazione. “Chist’è ‘o paese d’o sole, chiest’è ‘o paese d’o mare…”, la playlist regala inaspettati crescendo in onore del carboidrato.

Ristorante Pavarotti, Milano

Ristorante Pavarotti, Milano

Davanti a me, immortalati nelle gigantografie al muro ci sono tanti Pavarotti insieme a Elton John, Michael Jackson, Bono, Paul Mc Cartney. Toh, guarda, c’è anche la Pausini: mi guarda come se fosse fiera di me. Ma io mica ho finito.

“Mamma son tanto felice…”: a questo punto il crescendo è cresciuto un po’ troppo, e i signori del tavolo accanto chiedono di poter abbassare. Il cameriere risponde “l’aria condizionata?”, “no, la musica”.

Hanno osato, lo hanno fatto davvero, e lancio loro un sorriso compiacente per fargli capire che sono orgogliosa di loro, che hanno osato sfidare gli dei con una richiesta controcorrente. Comunque, ricomponiamoci: è l’ora dei miei passatelli in brodo.

Ristorante Pavarotti, Milano, passatelli

Il brodo è molto delicato, moltissimo. Forse anche un po’ troppo. I passatelli, invece, sono al dente, cosa a cui non sono propriamente abituata. In pratica, a raccoglierli col cucchiaio rimangono un po’ stecchiti senza piegarsi languidamente ai bordi.

Il sapore è buono, si sente il formaggio e anche la scorza di limone, ma sono un po’ indietro di cottura. Peccato: non è stagione, forse, ma i passatelli si amano tutto l’anno.

Io sono piena, e al dessert devo proprio rinunciare. Resto un po’ stordita dall’overdose di primi piatti, mi giro e il tavolo dei coraggiosi ha finito e se n’è andato. Lo spettacolo è tanto ironico che merita una foto: la natura morta della cena consumata, e dal muro Pavarotti canta afono.

Ristorante Pavarotti, Milano

S’è fatto tardi, e sul “Vincerò” del Nessun Dorma levo le tende: l’ho aspettato in silenzio per un quarto d’ora seduta al mio tavolo, sperando passasse il trenino sulla “ò” infinita di Pavarotti, ma niente.

Ricapitolando: ristorante accessibile nonostante la posizione faraonica. Lasagna davvero buonissima. Playlist migliorabile, ma forse sono io che dovrei studiare un po’ meglio l’opera.