di Carlotta Girola 5 Agosto 2015
I laureati, conto al ristorante

Se non fosse un’agenzia stampa, potremmo tranquillamente credere che si tratti di una bischerata dalla sceneggiatura di Amici miei. E invece è Adn Kronos, non Monicelli. Oppure La Stampa.

Accade, infatti, che in quel di San Benedetto del Tronto, nella stagione calda di nome e di fatto per i ristoratori, una coppia con prole ordini la sua cena in tranquillità. Poi però accade che il cameriere di turno viene richiamato all’appello per le rimostranze della famigliola che sostiene che la figlia abbia ricevuto un piatto con sorpresa (scarafaggio, naturalmente) e sia stata male.

Il tutto, come da copione, per non pagare il conto.

Messi alle strette, rilanciano con la richiesta di un risarcimento danni da 3 mila euro sonanti, il che insospettisce il ristoratore che fa una scampagnata collettiva al commissariato e cosa ti scopre?

La gentile famiglia di origini avellinesi ha uno storico notevole sul tema: nello specifico, una discreta sfilza di appropriazioni indebite e insolvenze fraudolente. In pratica, lo scarafaggio non c’era e non c’è mai stato, ma loro ci hanno provato (e la cena, intanto, se la sono messi in pancia).

La cronaca estiva, si sa, langue, ma questo è anche uno spaccato di quello che siamo diventati, di quello che siamo sempre stati, di una tipologia umana alla ricerca (anche perseguibile) dello scrocco selvaggio di una cena.

C’è poco da fare gli scandalizzati: i metodi per non pagare il conto vanno dai più semplici ai più infimi, dai più sporadici a quelli seriali, e non si parla di truffatori di professione.

“Vado a fumare una sigaretta fuori”, “Vado a prelevare al bancomat”, “Esco, ma torno subito”. Tutti noi, esplicitamente o no, abbiamo un po’ del Conte Mascetti dentro di noi, e qualche volta (magari in gioventù) abbiamo commesso peccato.

Io l’ho fatto, ad esempio, (merito brutte cose lo so, figuratevi che non l’ho mai detto ai miei genitori), ma ero giovane. All’epoca ho mangiato in un ristorante in Toscana a ferragosto, aspettato un tempo inimmaginabile per la mia panzanella, non è mai arrivata la seconda bottiglia di vino, ci hanno trattato male.

Tutto, all’epoca, ci aveva convinto che fosse cosa giusta prendersi la rivincita e scappare. E l’ho fatto, ed è stato sbagliato ma estremamente comico, e comunque oggi non lo rifarei più (e non avrei nemmeno il fiato). E, a ripensarci, ho un senso di colpa irrisolto che vela questa esperienza goliardica di grigio.

Fino a questi ultimi giorni in cui ho scoperto che, se andrò all’inferno per la malefatta, con me ne verranno tanti altri.

Pare che la faccenda sia ancora molto in voga, anzi, la fuitina dal conto al ristorante pare nuovo sport nazionale. Accade molto più spesso di quanto si pensi: stratagemmi, scuse, bugie e mezze verità, vere e proprie fughe da maratoneti. Il tutto, ovviamente, a danno dei ristoratori che oggi più che mai non vivono un periodo particolarmente florido.

Costretti a sorbirsi le marachelle dei ragazzi, la malafede degli adulti e il senso di colpa dei nostalgici, chiamo a raccolta i ristoratori d’Italia per fornire un servizio utile alla categoria: prevenire la bischerata.

Come si fa?

Avete esempi da raccontare in modo che altri non ci caschino? A voi come l’hanno fatta sotto il naso? Come si controllano i clienti sospetti di scatto felino da 100 metri ostacoli?

Vero che in questo modo potrò espiare il mio peccato? Io lo giuro che sono pentita, ma i 20 anni sono una cosa brutta a volte. E comunque chiedo scusa al ristorante, non è più accaduto e non accadrà più.