di Prisca Sacchetti 28 Luglio 2015
cesto, frutta di stagione, ristorante

Wop-bop-a-loom-a-boom-bam-boom: oggi Expo omaggia i visitatori con 50 chili quintali di frutta per la Festa della Frutta (e della Verdura, festeggiare solo la frutta pareva troppo), hashtag su Twitter #tuttifrutti. Bello, bravo, bis. L’insolito party però non mi toglie dalla testa quel pezzullo intercettato sul Corriere giorni fa e purtroppo non online: “Basta ananas, al ristorante dateci la frutta di stagione“, era il titolo.

Nell’Italia degli chef e dei Masterchef, del chilometro zero, del bio e della dieta mediterranea, mangiare un po’ di frutta nei ristoranti a fine pasto è praticamente impossibile. Domanda: avete frutta? Risposta: “certo ananas e frutti di bosco”. Sempre così.

Piuttosto, in alternativa al dessert, ti offrono “una selezione di formaggi. Neanche in questo periodo in cui fragole, ciliegie, pesche e albibocche trionfano sui banchi dei mercati. Non parliamo poi del periodo invernale quando mettere in tavola due mandarini, due arance, tre mele, qualche pera e un grappolo d’uva sembra davvero assai volgare“.

Si può far partire l’applauso spellamani o sono necessari altri incontrovertibili segni di approvazione?

frutta di stagione al ristorante

A cosa servono gli scultori di cocomeri o i “sommelier della frutta” messi in campo oggi dall’Expo se poi nelle tavole dei ristoranti non si trovano mai pesche nettarine e ciliegie, albicocche e nespole, pere e meloni?

Vogliamo parlare di sostenibilità? Ricordiamoci che l‘ananas arriva da altri mondi e i frutti di bosco più che altro dai congelatori.

Poi non lamentiamoci se i nostri amati (a parole) contadini, tirati per la giacchetta in qualunque retorico discorso sul chilometro zero, sono costretti a buttare tonnellate di raccolto.

frutta di stagione al ristorante

E come rispondono i ristoratori?  La frutta deperisce facilmente (ma diciamo che costa anche poco, per lo meno all’ingrosso).

Oppure con obiezioni prese in prestito dall’attuale vulgata salutista: la frutta a fine pasto fa male (la panna cotta invece no…).

Non stupiamoci allora se i bambini italiani si riempiono di zuccheri (aggiunti) e conoscono la frutta come Simone Rugiati l’alta cucina.

Coldiretti, che si è spesa molto per la Festa della Frutta e della Verdura oggi a Expo, non dovrebbe in qualche modo sensibilizzare i ristoratori?

Per lo meno spiegare che un cesto di frutta in mezzo al tavolo, meglio ancora se poco banale e appena più complicata da trovare rispetto a quella di tutti i giorni (more di gelso, mele cotogne, mele campanine, giuggiole, visciole, uva di Corinto), può essere un momento di condivisione al quale nemmeno i commesali più gourmet saprebbero rinunciare.

O invece siamo noi?

[Crediti | Corriere della Sera, link: Dissapore, Expo 2015]