di Adriano Aiello 17 Aprile 2014
Roxy Bar, Bologna

Ecco, ora ha chiuso il Roxy Bar e si fronteggia quel sentimento indecifrabile chiamato melanconia. Non conta se ci siete mai stati. E soprattutto non conta se vi piace, o vi sia mai piaciuto Vasco Rossi. Sarebbe una domanda stupida dalla risposta irrilevante.

Il punto è che se avete dai trent’anni in su (ma anche meno probabilmente), l’evocazione di Vasco ha trasformato uno storico locale, del centro di Bologna in una pietra miliare dell’immaginario. L’immagine tattile di una città viva ma svogliata, provinciale ma spericolata, popolata da antieroi spaesati e nichilisti. Almeno questa è la cartolina musicale; solo gli aridi preferiscono la realtà a una suggestione letteraria.

Provocatore di talento e mediocre cantante, figura di raccordo culturale innegabile, Vasco si è conquistato a morsi, eccessi, qualche bella melodia e un pugno di canzoni indimenticabili un posto nella musica italiana.

E il Roxy Bar ne fa parte da quando le finte star ci si adagiavano per rincorrere i propri guai. O dimenticarli nell’afflato alcolico.

Da oggi quell’immagine appartiene definitivamente al passato: il Roxy Bar non c’è davvero più. Il titolare Salvatore Giovinazzo ha abbassato le serrande imbrattate dei versi di Vita spericolata, sovrastato dal peso dei costi. E magari dall’aver creduto che si poteva vivere in eterno sull’eco di una canzone.

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Ma forse stiamo celebrando il funerale di qualcosa che era postumo in vita da decenni. Alla fine il Roxy Bar non esisteva o era finito nel momento stesso in cui la sua evocazione si è fatta inno generazionale, materia di cori da stadio. Vanno così le cose in quel purgatorio perenne chiamato cultura di massa.

Oppure era morto nel 2010 dopo l’abbandono dei tre soci storici. Di certo chiude perchè non regge i nostri tempi avari di storie e saturi di numeri. Dove anche la vita dissoluta è un’ipotesi senza fascino.

Perché alla fine ognuno è perso dentro i cazzi suoi.

[crediti | Link: Corriere Bologna, Immagini: Repubblica.it]