di Giovanni Puglisi 21 Febbraio 2014
Masterchef a Pollenzo

Per qualche motivo e in qualche modo, mi trovai a studiare Scienze Gastronomiche. Ci veniva insegnato che il cibo è una cosa essenziale, che unisce tutti; ché tutti devono mangiare e il cibo li riguarda.

Ci spiegarono che, riguardando tutti e molto da vicino (senza mangiare, non si campa!), il cibo poteva essere una leva per influenzare le politiche mondiali; educare uno per uno alla cultura e all’amore per il bello, instaurare sistemi sociali più equi, risanare le economie dissestate dalla finanza e gli squilibri dettati dal capitalismo dell’industria alimentare, senza dimenticarsi lungo il viaggio di godere.

Ci ho creduto per davvero, dopo aver studiato e letto, dopo esser stato scettico e toccato brevi manu dei modelli alternativi dall’Australia all’India al Messico, che potesse funzionare.

Dopo essermi laureato ho trovato il mio occhio critico, e la testa abituata a pensare a cosa c’è dietro ogni piatto: chi l’ha fatto? Da dove arriva? Come ha viaggiato? E ancora prima, che funzione aveva avuto nel suo ambiente? Come era pagato chi l’ha colto? Che cos’è quest’ingrediente? Un additivo? Da dove arriva?

Ero diventato un integralista. Un rivoltoso della forchetta e della spesa, come avevano voluto. Mi sono messo in missione, con l’intenzione di praticare la rivoluzione.

È diventato il mio chiodo fisso, la mia ribellione; la mia volontà, la mia religione. L’ho praticata con fervore evangelico, di fronte a ognuno, ogni santo giorno. Ho voluto credere nelle comunità del cibo e nella sua comunione, che mangiare è un atto agricolo, che comprarsi da mangiare equivalga a una votazione.

Da’ i tuoi soldi a chi sai che agisce bene, e se lo faremo in tanti agire bene sarà premiato; questo ho pensato… L’ho praticato, l’ho spiegato a chi come me non era stato fortunato abbastanza da entrare in contatto con quella che mi sembrava l’ovvia, unica Verità; la via d’uscita dai mali del mondo, dalla fame e dalla povertà.

Cambiare il mondo con la Gastronomia: questo m’avevano insegnato, ch’era possibile, che si poteva e si doveva fare; proteggere l’ambiente, le persone, le tradizioni, le culture, le economie locali, il gusto delle cose, le società minori.

Ma per cambiare il mondo bisognava instaurare sistemi, costruire strutture, specializzare schemi di comunicazione, impianti di produzione, di distribuzione, scuole. Per fare tutto ciò serviva una quantità di denari.

Ecco perché il sistema visionario delle Scienze Gastronomiche, di Slow Food, dei piccoli nuclei d’azione comunitari era necessariamente un sistema utopico: perché intendeva essere un’anarchia felice con l’intenzione di scardinare il sistema; ma per essere fondata doveva attingere al sistema stesso, che gioca secondo le regole dei soldi e che il potere dei soldi lo detiene per intero.

In un mondo interamente capitalista, ove le borse governano la povertà del Botswana e i diamanti del Sierra Leone sono proprietà americana e nessuno batte ciglio; se la Namibia non ha contanti per costruire un pozzo e un orto, come potrà mai cominciare il suo riscatto?

E così Slow Food, da cui le Scienze Gastronomiche dipendono, cominciò la propria contrazione. Svendendo le teorie e i modelli di successo comprovato, tutti i libri scritti, gli eventi, gli slogan, i testimonial, le chiocciole, le manifestazioni a dei Main Sponsor; che potessero finanziare il ciclo dell’educazione anarchica e il suo progresso.

È un paradosso: grandi consorzi e grandi nomi, capitali, catene di elettronica, altri marchi cominciarono a sovvenzionare il sistema che li avrebbe dovuti smantellare; ossia a comprarlo pezzo a pezzo, utilizzando l’egida gloriosa del suo nome per agire i propri interessi sotto insospettabile copertura.

Forse è stato un gioco ingenuo di Slow Food, o forse semplice questione di esigenza, questo mettere a noleggio fama e reputazione per non essere costretti a rinunciare alla missione di una vita; forse è stato un atto eccessivo di presunzione pensare di poter restare al di sopra della situazione, di governare il baratro, di non farsi inghiottire dentro l’occhio del ciclone.

Fatto sta che molti imprenditori, lontani ormai da quel sogno gastronomico di equità civile e civica che segnava gli insegnamenti della mia Università, possono permettersi di fregiarsi delle frasi di Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food, e di  Wendell Berry, poeta e contadino del Kentucky: ché “mangiare è un atto agricolo” anche nei loro negozi, ma le terre ed i forconi sono state soppiantate dai furgoni, i furgoni dagli autoarticolati e dai container; l’operato degli artigiani da operazioni di logistica, gli interessi delle società e delle culture, delle tradizioni, dagli interessi delle Società per Azioni.

Alcuni Presidenti ed eccelsi manager d’azienda sono soliti pensare che, quando li si accusa per la morte del sogno della vera gastronomia, lo si faccia per invidia del successo commerciale delle loro attività, perché si è parte della concorrenza, o perché non si riesce a tollerare che in un’Italia disastrata qualcuno ancora riesca a fare soldi… Ecco, questo genere di gelosie non è per me – penso che costoro vedano le cose come fanno perché sono abituati a ragionare proprio nei termini che denunciano, a vivere in un mondo di mercato in cui non esistono ideali ma soltanto Materiali, ove cui tutto ciò che è desiderabile è misurabile, in cui la felicità si conteggia in contanti, o in dividendi, o in gloria. In cui tutto è fare soldi, o non farne: ecco, da chi vede la realtà così io non mi lascio offendere.

Perché ogni parola che ho speso a contrastare i loro sistemi ha radici al di fuori di un conto economico, in un territorio che potremmo chiamare (con termine tristemente abusato) di passione, una terra che non riescono a immaginare in cui vige l’amore incondizionato per un concetto o per un’idea, al di là di qualsiasi razionalità di comodo.

Io non lo nascondo né l’ho nascosto mai, di essere contro costoro: perché hanno svilito tutto ciò in cui credevo rendendolo impossibile e vano, appiattendo gli orizzonti della sua evoluzione, vendendosi al pubblico come unici difensori di qualcosa che forse nemmeno conoscono e non amano, svilendo lo studio e le conoscenze di chi come me a questa causa ha donato tutto.

In un certo senso la loro relazione con la gastronomia potrebbe definirsi un matrimonio d’interesse; in cui ci s’innamora a tariffa, e quando il capitale è scemato allora ci si lascia: se amaste qualcuno in segreto, potreste tollerare di vedere uno sciacallo approfittarne a questo modo?

Pervengo alla conclusione che han ragione, certuni di costoro, ad accusare noi d’essere tristi.

Ma non siamo tristi perché anti, come sostengono loro, perché invidiamo e bramiamo ciò che hanno; siamo tristi perché stiamo dove siamo, dal lato del mondo sconfitto dalle logiche mercantili, e il nostro amore patetico per il cibo per colpa loro sarà stato vano.

Li disprezzeremo non perché hanno avuto successo, perché quello che non sanno è che noi desideriamo un mondo in cui il successo (un altro tipo, di successo) sia possibile per tutti: ma perché, a causa della loro cecità bigotta ed egoista da fazenderi, avranno sprecato l’occasione di rendere il mondo in cui viviamo un posto migliore.

In ultimo essi credono, forse, che non aspettiamo altro che l’esser convocati nella loro scuderia: la verità è che la nostra coerenza ci impedirà sempre di saltare sul loro ghignante carro dei vincitori; dominati da un ideale svanito saremo tristi, romantici, sognatori.

masterchef, pollenzo

Post Scriptum: Giovedì 20 Febbraio. È di oggi la notizia che la puntata di Masterchef trasmessa in serata conterrà una prova in esterna registrata nelle mense dell’Università di Scienze Gastronomiche.

È così che siamo “tutto”: parte indistinguibile del crogiuolo iconografico in cui si fonde, agli occhi dell’uomo della strada, Cracco con la fava di Tonka, Farinetti con Petrini, l’Università con Simone Rugiati e con Angelo Gaja o Benedetta Parodi; gli stellati con il Cucchiaio d’Argento, con Baladin, con LO Slow Food.

È un pantheon totale e corale, senza differenze, senza più spessore. È come se la gastronomia fosse la facciata di un tempio indù.