di Adriano Aiello 13 Ottobre 2014
Pompi Tiramisu

Non ci sono più le triple file di una volta: il municipio attacca, i clienti fuggono e il tiramisù crolla. Ecco, ora che Pompi, a Re di Roma, dopo 54 anni, si appresta a chiudere e vendere ai cinesi io sento di non avere le idee chiare sulla cosa.

Urge premessa: a cavallo tra i millenni, prima che la Roma gourmet assumesse i connotati contemporanei, i chiacchiericci gastronomici nazional-popolari, le pubblicità delle radio locali e il passaparola avevano imposto una considerazione: se vuoi mangiare un tiramisù da urlo vai da Pompi. Anche noi abbiamo più volte citato quello alla fragola.

Non importa se il suddetto non sia mai stato nemmeno lontanamente il miglior tiramisù di Roma (non lo era allora, oggi per denigrarlo fa figo dire che non può esserlo perchè fatto con i semilavorati); il suo modello commerciale-imprenditoriale ha fatto faville. Tutti lo conoscevano, la fila imperversava e nonostante questo la velocità con cui venivi servito era considerevole.

Non vivo da anni a Roma e non ho il polso saldo sulle dispute in materia, ma sono certo che questa considerazione sul tiramisu di Pompi, fuori dalle cattedre severe del gastrofanatismo, sia ancora largamente diffusa. Però chiude. Sostanzialmente (così ci dicono) perché la viabilità selvaggia che genera non viene ben tollerata dalla municipale. E giù di multe ai clienti.

Tiramisu Pompi

La vicenda ci dice qualcosa su Roma, i romani e l’imprenditoria capitolina.

Tipo, messa in questi termini, qualcuno potrebbe sostenere che Pompi era un’impresa fondata sul parcheggio dadaista e il take-away rapidissimo, invece che sulla fama e la qualità del proprio tiramisù.

La cosa inquieta anche perché non essendo situato esattamente fuori dal raccordo, racconta una città incapace di rinunciare alla macchina nemmeno sotto tortura.

Però perdere 4000 euro al giorno, ridursi lo stipendio, dover licenziare 7 persone e finire per dover mollare sembrano caratteristiche di un’impresa che ha problemi più profondi. Invece Pompi negli anni ha aperto altre 3 esercizi e pare sostituire il punto a Via Albalonga con una nuova apertura all’Eur.

Probabilmente non sono scaltro abbastanza in economia aziendale per comprendere la cosa ma rimango confuso.

Ma veniamo al cartello: inutile fiondarsi sul tema “è o non è razzista”, che fa tanto talk show politicamente corretto. Di certo non è elegante e sicuramente ha più le stigmate del grido di pancia populista che della fine strategia di comunicazione.

Quel “Avranno più tempo e tranquillità per imparare il CINESE” cannibalizzerà per un po’ i discorsi e giù di pontificazioni saporifere. Però, giusto per partecipare, mi sento di suggerire tre titoloni demagogici e assolutori per fare flame in rete e non solo.

Dite addio al tiramisù di Pompi e imparate a mangiare con le bacchette
I vigili uccidono il miglior di tiramisù di Roma per farci mangiare riso cantonese
Roma trema, la municipale sta a guardare

Ora però rincuoratemi: il supplì di Sisini non è a rischio vero?

[Crediti | Link: Repubblica Roma, Pompi, Dissapore. Immagini: travel pb.com]

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