di Antea Raucci 12 Luglio 2013
made in italy alimentare, made in italy all'estero

Per un pranzo ordinario, quotidiano, poche pretese se non quella di mangiare presumibilmente italiano, sulla tavola di un consumatore medio cosa finisce?

Niente pasta oggi, facciamo del riso. La mano si allunga verso lo scaffale: Scotti, con tanto di faccia piaciona e sorridente di Gerry. Made in Italy? Sarà, sta di fatto che il 25% delle quote societarie appartiene alla multinazionale spagnola Ebro Foods.

Seconda portata salva tempo, salumi per esempio. Fiorucci, ci fidiamo del nome. E facciamo male. Dal 2011 l’azienda romana se l’è comprata Campofrio Food Holding, anche’essa spagnola.

Da bere, una bionda leggera e fresca. Ci pensa Peroni, italianissima bionda tra le più famose, ormai nelle mani dell’azienda sudafricana SABmiller.

Concediamoci un dolce con pochi sensi di colpa, un cioccolatino, magari un gianduiotto. Chi può soddisfarci meglio della centenaria Pernigotti? Che d’ora in poi sarà però turca. I fratelli Averna, a capo dell’azienda dolciaria da 18 anni, hanno pensato bene di passare tutto alla Toksöz, leader mondiale nella produzione di nocciole. Guarda un po’.

Per l’occasione Ninjamarketing ha stilato una classifica dei 10 marchi alimentari italiani che non possono più vantare (?) proprietari autoctoni.

Figurano, ovviamente, Parmalat e Galbani ormai targate Lactalis, Perugina e San Pellegrino appannaggio della Nestlè che ha al suo arco frecce come Buitoni e Antica Gelateria del Corso. Il mondo del vino si lascia domare dall’estero con l’azienda Gancia, acquistata dal magnate russo della vodka Rustam Tariko.

Arriva puntuale anche l’allarme della Coldiretti che denuncia un capitale di circa 10miliardi di euro andati in mani straniere. Un Made in Italy in cui molti hanno capitale da investire tranne noi.  Il rischio, come nel caso più attuale della Pernigotti, è certamente uno spostamento delle fonti di approvvigionamento.

Le ricette non cambieranno, assicurano i vecchi proprietari ma lo svuotamento delle società acquisite significa spesso delocalizzazione e perdita di occupazione.

I fratelli Toksöz ad esempio, hanno fatto sapere che non è nelle loro intenzioni stravolgere le dinamiche dell’azienda, che sono orgogliosi di possedere un marchio che ha ben 150 anni. Vogliono solo migliorarlo, farlo sviluppare in nuove interessanti aree geografiche.

Quindi cosa abbiamo da preoccuparci per il Made in Italy?

[Crediti | Link: Scatti di Gusto, Ninjamarketing, immagine: Resto del Carlino]