di Camilla Micheletti 2 Luglio 2014
La cena in Bianco di Torino 2014

Sono stati 11.000 (undicimila!) di bianco vestiti a cenare sotto le stelle domenica sera nella leggiadra Piazza San Carlo, salotto buono di Torino. Un colpo d’occhio eccezionale per la Cena in Bianco, unconventional dinner dove ognuno porta sobriamente da casa il necessario: sedie, posate e vettovaglie. Così, perché è bello stare insieme e condividere lo spazio con amici e parenti.

I numeri, ne converrete, sono impressionanti, specie se paragonati al 2000, anno del primo appuntamento torinese nella Piazzetta Reale.

E’ tutto nato da un sogno, dice garrula l’organizzatrice Antonella Bentivoglio D’Afflitto, che da un anno all’altro, almeno per una sera, ha cambiato il volto del centro di Torino nel categorico rispetto di 4 grandi E: Etica, Estetica, Eleganza, Educazione. Dev’essere un bel tipetto la D’Afflitto.

Come c’è riuscita?

Convivialità, riqualificazione urbana, bombardamento mediatico. Così Cena in Bianco è diventato un format da esportare (dopo domani sarà a Milano) e da cambiare a seconda delle stagioni, vedi Pic-nic in Bianco milanese. 

Ma non sono tutte rose. I mal di pancia cittadini aumentano di anno in anno, specie in Consiglio Comunale, il motivo è presto detto: la Cena in Bianco, tzé, “non è cultura”.

Sentite quanto detto dal consigliere comunale Pd Luca Cassiani:

“Un evento che con la cultura non c’entra niente, con la scusa di chiamarlo flash mob evitano di pagare la tassa di occupazione del suolo pubblico, ma domani in Consiglio faremo le giuste verifiche“.

Eppure, rispetto al 2013, anno in cui il Comune aveva patrocinato l’evento con 10.000 euro, l’associazione che gestisce la Cena in Bianco non ha ricevuto contributi pubblici.

Cena in bianco, Torino, 2014La cena in bianco di Torino 2014La cena in bianco 2014 a Torino

Come mai tutto questo astio? Se undicimila persone si divertono, sparecchiano e puliscono lasciando il posto come l’hanno trovato, non prendono soldi pubblici e anzi pagano la Tarsu, dov’è il problema?

Dal tenore dei commenti che stanno terremotando Facebook e Twitter sembra che la Cena in Bianco non sia più la cena dei carini che era Non è lana caprina, badate, i commentatori ne fanno una questione di eleganza, esclusività, unicità che a sentir loro non può essere svenduta alla massa:

Insomma, quintuplicando i commensali, da evento sobrio ed elegante ispirato alla primissima Diner en Blanc parigina, la Cena in Bianco s’è involgarita, e se oggi potessero fare giornalismo con le idiosincrasie personali i torinesi che hanno partecipato alle prime e più intime edizioni scriverebbero volentieri l’editoriale “Ve lo buco ‘sto pallone della Cena in Bianco! Il numero spaventoso dei partecipanti ci fa sentire inadeguati”. 

Ora, siccome chi segue Dissapore sa bene che l’ossessione del “pochi ma buoni” è l’ancella dei trés chic, è proprio a voi che mi rivolgo per sapere una cosa: si può dire che una cena capace di portare oltre diecimila persone in una delle piazze più belle d’Italia non è un fatto culturale?

[Link: Nuova società. Immagini: Paolo Faretra, Marco Caramagna per Unconventional Dinner]

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