di Sara Porro 17 Aprile 2014
Un bel ristorante

A Milano ci sono approssimativamente 4mila ristoranti e io vado, più o meno, in tre. Ripetutamente. Sono ormai indistinguibile da quella figura di anziano scapolo impenitente che cena ogni sera, solo, nello stesso locale, bevendo da una bottiglia di vino rosso che il cameriere ritappa ogni volta (trova le differenze! La più vistosa è che la mia è una bottiglia di Hendrick’s).

Ma cos’è che ci fa tornare sempre negli stessi ristoranti? È un’alchimia che non è facile comprendere, o descrivere, così su due piedi.

Qui elenco, con sostanziale contributo dei colleghi di redazione, alcuni fattori: valgono anche come consigli ai ristoratori. La somiglianza con la guida di Cosmopolitan “Tutti i trucchi per farsi sposare dopo un’avventura di una notte!” dimostra incontrovertibilmente a. come l’intera nostra vita sociale sia regolata dagli stessi meccanismi psicologici b. che dovrei darmi a letture più impegnate.

Menu

Neofobia e neofilia, a braccetto come tradizione e innovazione.
L’essere umano, per sua natura, teme le cose nuove. Inoltre l’essere umano, per sua natura, ama le cose nuove. L’equilibrio tra queste due pulsioni crea quel mix tra rassicuranti certezze e vaga eccitazione che ci piace tanto. Quindi: un menu che cambia di frequente, ma dove alcuni piatti simbolo resistono; una carta dei vini che si arricchisce di nuove proposte, ma dove la bottiglia preferita è sempre disponibile. L’equivalente di quello che nell’articolo di Cosmopolitan “Sopravvivere alla monogamia: utopia o realtà?” è il roleplay con il marito che si finge venditore di enciclopedie.

Calore dell'accoglienza

Il calore dell’accoglienza. 
Che ci si guadagna a tornare sempre nello stesso posto? Bello che ci siano privilegi riservati ai clienti abituali: un tavolo ben posizionato, o la possibilità di tanto in tanto di portare con sé una bottiglia di vino importante da casa. Inoltre, piace sentire che la nostra presenza viene notata e apprezzata. Esempio: “Dalla tua ultima visita abbiamo questo nuovo piatto in menu. Vorresti provarlo?“.

Tepore dell'accoglienza

Senza esagerare: diciamo il tepore dell’accoglienza.
Al contempo, si raccomanda discrezione! Le circostanze di una visita precedente non vanno mai precisate. Esempio, speculare al precedente, da non imitare: “Dall’ultima volta abbiamo un nuovo piatto in menu. Il signore è con te? Accidenti come somiglia al tizio con cui eri lunedì scorso. Ho capito che non era lui solo perché quello è già seduto nell’altra sala. Con la moglie. Sarà contento di vederti, vi metto al tavolo vicini!“.

Ristorante dal buon rapporto qualità prezzo

Il rapporto qualità/prezzo sulla distanza.
Spesso, a conclusione di una cena, non è facile dire se abbiamo speso il giusto. Il rapporto qualità/prezzo veramente solido emerge sulla distanza: a fine mese quando si controlla l’estratto conto della carta di credito, oppure quando ci scopriamo a confrontarlo con altre esperienze al ristorante, meno felici.

Disponibilità del personale

Il comfort.
Una parola ombrello che comprende bellezza degli arredi, comodità delle sedute, interesse delle conversazioni degli altri clienti, luci, cibo, disponibilità di parcheggio e del personale.

Nessun senso di colpa, risotrante

Nessun senso di colpa.
Che cosa ritrae questo disegno, chiede l’autore del Piccolo Principe? È un cappello? È un boa che ha mangiato un elefante? È forse, invece, un ritratto piuttosto accurato del vostro profilo dopo aver mangiato in un certo ristorante? Una felice digestione, nel migliore dei casi persino un senso di leggerezza, sono premesse indispensabili perché si pensi di tornare con regolarità in un locale.

ristorante, spezzacuori

31 e non 30.
Uno degli errori peggiori che un buon ristorante può fare è adeguarsi a fare lo stretto indispensabile. I clienti usciranno forse senza lamentele, ma anche senza gioia o motivazione a ritornare. Ci vuole una marcia in più: un assaggio offerto, la volontà di soffermarsi un momento a spiegare come nasce un piatto, un intento reale di accoglienza.